LE INTERVISTE DI JUST KIDS SOCIETY: FREI

di Gianluca Clerici

Oggi l’evoluzione sembra un dovere, un diritto, una conseguenza obbligatoria al digitale perbenismo che viene insegnato nelle televisioni. Oggi l’evoluzione ce la spiega invece FREI con questo nuovo disco intitola “Evolution”. Le scimmie, le macchine, gli alberi e gli esseri umani. Rimescolando le carte e i significati in un bellissimo mosaico d’autore, quello di chi sa usare le parole giuste e di chi le sa cantare rimescolando i grandi nomi e facendo ammenda che a loro, quantomeno, deve molto del tutto. FREI si presta a lasciarci il suo punto di vista. Come ogni venerdì eccovi le interviste di Just Kids Society:

Fare musica per lavoro o per se stessi. Tutti puntiamo il dito alla seconda ma poi tutti vorremmo che diventasse anche la prima. Secondo te qual è il confine che divide le due facce di questa medaglia?
Per me sono due cose molto diverse con un confine netto e largo. Chi fa musica con una certa consapevolezza lo fa per lavoro, non è il guadagno che ne determina la professione, e neppure il fatto che stia facendo solo quello. Ma il metodo, la cura, la costanza, la precisione, gli investimenti, e un’altra serie di elementi comuni a tutti i lavori: a volte lo fai anche se non ne avresti voglia, ti stanchi fisicamente, mentalmente, salti il pasto per guadagnare tempo, hai un’appuntamento e devi arrivare puntuale, a volte perdi dei soldi ecc…

Il nostro lavoro, che ci piaccia o meno, lo facciamo per lavoro o per noi stessi?
Quand’ero piccolo ho fatto musica “per me stesso”: avevo una chitarra classica da poco, non ho mai cambiato le corde, suonavo le canzoni che mi piacevano, mi divertivo a provare a scriverne una ogni tanto, per vedere che effetto faceva, e le suonavo in camera mia. Stop. Non spendevo neanche 1 € per comperare un plettro. Quando lo perdevo ritagliavo le schede del telefono e suonavo con quelle. Quando c’era una festa mi dicevano: “Frei porta la chitarra, ci vediamo alle 10”, arrivavo con due ore di ritardo, oppure non arrivavo proprio e se arrivavo suonavamo fino alle 8 di mattina. Sempre con la stessa chitarra e il ritaglio della scheda telefonica.

Tutto quello che per me era la chitarra per un mio coetaneo era il pallone. Ma il motivo era lo stesso: divertirsi.
Ora, il mio coetaneo, oltre al suo lavoro principale, gioca in una piccola squadra di provincia, e si porta a casa 600€ al mese circa. E’ diventato un lavoro non solo per lo stipendio, ma perché ha tutte le caratteristiche che ho riportato nelle righe precedenti. Il calcio è un’attività che si è sviluppata molto di più rispetto alla musica. Anche se la maggior parte del business è nelle mani di poche società, resta comunque una grandissima quantità di denaro anche negli ambienti piccoli. Per cui anche in un piccolo paesino di 800 anime, ci può essere una squadra in grado di pagare i giocatori. Da quando il mio coetaneo è cresciuto e ha iniziato a giocare nelle squadre di provincia, con un piccolo ma significativo stipendio, nessuno gli ha mai chiesto se gioca a calcio per lavoro o per se stesso. E’ una domanda che non nasce spontanea a nessuno, mentre nella musica si. Anche nel teatro. Non è una polemica verso la tua domanda, intendiamoci, ma un tentativo di fare luce sul “perché” nasce spontanea questa domanda. A tutti. Succede anche a me quando incontro un’altro musicista.

Crisi del disco e crisi culturale. A chi daresti la colpa? Al pubblico, al mercato, alle radio o ai magazine?
Non ci sono colpe da ripartire a caso. Ci sono certezze, basate su dati concreti: la colpa è di chi ha governato il paese negli ultimi trent’anni. Non si sono preoccupati di curare un’industria che aveva un potenziale economico enorme. Il CD è finito perché ci sono altre forme di vendita, e questo diventa uno specchietto per le allodole che distrae dal vero problema: la cultura è un’industria enorme, che è stata sottovalutata dai governi di stato, perché composti da uomini poco intelligenti. Questi uomini si sono occupati solo di industrie come la FIAT, ad esempio, credendo che fossero le uniche capaci di creare posti lavoro. Oggi ci ritroviamo macchine che non valgono niente, 4 o 5 imbecilli multimiliardari, e i soldi dei contribuenti migrati negli stati uniti. In questo scenario desolato si muovono delle ombre: sono musicisti, attori, scrittori, registi, tecnici del suono, arrangiatori, sceneggiatori, produttori, talent scout, doppiatori, traduttori, truccatori, sarti, costumisti, editor, montatori, fotografi, ai quali viene posta la domanda: “Ma te lo fai per lavoro o per te stesso?” Provate a chiedere a Marchionne o ai nipoti di Agnelli, se l’hanno fatto per lavoro o per se stessi.

Secondo te l’informazione insegue il pubblico oppure è l’informazione che cerca in qualche modo di educare il suo pubblico?
Quando un paese non è mai stato realmente governato, ma “usato” da altri paesi e/o organizzazioni clandestine a scopo strategico e personale, si ritrova una popolazione con un forte squilibrio di base: è invecchiata ma non è cresciuta, non è saggia. Quindi è un paese vecchio e stupido. Ora, essendo “l’informazione” anche una parola che fa parte del nostro vocabolario, qualcuno ha pensato di usarla anche se materialmente non c’è. Sono vecchi stupidi che non sanno il suo vero utilizzo, non sanno neanche com’è fatta, ma la usano come “parola” per il suono che ha, prevalentemente per rubare soldi alla popolazione, che essendo anch’essa vecchia e stupida non si accorge dei questo meccanismo. L’informazione in questo paese non esiste. Non è mai esistita. Se non c’è un’industria della cultura, non ci può essere informazione, perché un paese vecchio e stupido non sa che cosa sia l’informazione. Non può saperlo, perché non esiste, perché non viene prodotta. Quindi l’informazione di cui tu mi parli è solamente una “parola”, di fatto non esiste perché non c’è un’industria della cultura che la produce. Se io, ora, ti vendo cento quintali di mele “sulla carta”, e tu ne rivendi tante parti a tante persone diverse, che a loro volta ne rivendo ad altre e così via, si genera un mercato che da lavoro a molte persone e le mele assumono un valore, ma non le ha mai viste nessuno, perché non esistono e nessuno ne conosce il colore, il sapore e il profumo. Per cui esiste solo la parola “mela”e per una sorta di passaparola o “per sentito dire” è opinione comune che siano triangolari, salate, e ripiene d’oro commestibile. Con l’informazione è la stessa cosa. Ci sono piccolissime realtà che cercano di produrla, ma è talmente condivisa e radicata l’opinione comune, che quando vedono la mela vera, nessuno crede che sia una mela, ma una truffa.

La tua musica, una canzone d’autore ricchissima di elettronica e di gusto per le parole e i giusti significati. Insomma…musica che si arrende al mercato e alle sue leggi oppure cerca altrove un senso? E dove?
Non esiste un mercato della musica nel quale io, il mio produttore o qualsiasi altra etichetta indipendente possa inserirsi. C’è un mercato chiuso, dove i pochi posti sono occupati e nessuno può entrare. Quindi io potrei fare anche una pazzia: prendere una Macchina del Tempo, andare indietro di 2 anni, uccidere un’artista mainstream e rubargli il disco che ha venduto 100.000 copie, qualche mese prima dell’uscita, e poi farlo uscire con la mia etichetta. Venderebbe 10 copie: mia mamma, mia sorella, mia zia, e i miei cugini. La mia ragazza no perché glielo regalo io. Quindi nel mondo indipendente non esistono artisti che si piegano al mercato, perché il mercato non c’è. E se ti prende una major, il disco te lo fanno loro, tu stai zitto e apri bocca quando è ora di cantare, che sarebbe anche la maniera giusta di lavorare. Paradossalmente sono molto più bravi a fare musica Pop gli artisti, i produttori e le etichette indipendenti. La nostra musica cerca un senso nei nostri gusti, si plasma nei nostri ascolti preferiti e cresce nella nostra sensibilità. A noi piace molto il Pop, più che alle grandi compagnie che dettano le leggi del mercato, ma noi in quel mercato non ci possiamo entrare. Se fai parte del mondo indipendente puoi fare punk, folk, rock, pop, canzoni di merda, blues… quello che vuoi, tanto nel mercato non ci entri, quindi tanto vale fare quello ti piace, e noi questo lo sappiamo bene. Quindi nella musica oggi, che ti piaccia o no, trovi solo gente che fa quello che gli piace. Può succedere che a qualcuno non piaccia del tutto il risultato finale del proprio disco, ma non è il mio caso, a me “Evolution” mi piace un casino!

Parliamo di carriera e di storico vissuto. Dalla tua esperienza, oggi, quale pensi sia la vera grande difficoltà di questo mestiere?
1) Scrivere delle belle canzoni. 2) Trovare il tempo necessario per poterle scrivere. 3) Riuscire con pochissimi mezzi ad ottenere un ottimo Sound dal vivo. 4) Trovare delle date senza un’agenzia booking.

E se avessi modo di risolvere questo problema, pensi che basti? Nel tuo caso specifico, basterebbe?
Il primo non è un problema, ma semplicemente una difficoltà intrinseca di questo mestiere. Il secondo è un problema necessario a farti ottimizzare i tempi. Per cui è meglio che rimanga altrimenti si rischia di cazzeggiare troppo. Gli ultimi due sono problemi che, se si risolvessero, basterebbe per farmi sbombare di brutto. Ma spaccherò il culo lo stesso, tranquilli, anche senza un booking.

Finito il concerto di FREI: secondo te il fonico, per salutare il pubblico, che musica di sottofondo dovrebbe mandare?
“Lo Chiamavano Trinità” (Original Soundtrack) – Franco Micalizzi – 1970

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