INTERVISTE: SABA ANGLANA

Saba Anglana, classe 1970, è una cantante, nonché attrice e doppiatrice, italo – somala. Nel suo ultimo disco, dal titolo “Ye Katama Hod – The Belly Of The City”, decide di mettere completamente a nudo le sue doppie radici linguistico – culturali, dando vita ad un lavoro grintoso e molto originale, che si lascia ascoltare con estrema curiosità.

Di Francesca Amodio 

Una laurea in storia dell’arte, attrice, doppiatrice, cantante: come si colloca quindi l’uscita di questo disco, “Ye Katama Hod – The Belly Of The City”, in questo momento della tua vita?
La musica è sempre stata una componente molto forte e molto presente nella mia vita, parallelamente ad altri miei progetti. Le varie forme dell’arte mi hanno cresciuta fin da ragazza, ma poi è arrivato un momento in cui le circostanze mi hanno portata a scegliere e non ho avuto alcuna esitazione: ho scelto il canto. Ricordo ancora il mio primo ingaggio per una fiction, quando superai il provino con mia grande sorpresa e mi ritrovai a fare l’attrice: alla fine gli sceneggiatori trovarono comunque il modo di farmi cantare! Quindi ecco, dal 2007 per la precisione, faccio la musicista, e questo disco è stata per me un’esigenza.

Nelle tue vene scorre sangue italiano ed etiope, e questo si riversa anche nelle parole e nel sound del tuo disco. Come mai questa scelta?
Ho deciso di manifestare entrambe le mie radici spinta anche molto dal mio produttore, Fabio Barovero, l’altra “anima” di questo disco, nonostante discograficamente parlando possa essere una cosa un po’ bizzarra. Da una parte sapevo di avere a che fare con una materia un po’ difficile per un Paese come l’Italia, dall’altra era una sfida interessante che mi ha stimolato molto. Purtroppo spesso sono gli addetti ai lavori a costruire delle barriere per ciò che concerne la lingua in cui viene ascoltata la musica qui da noi, basti pensare che a parte l’inglese non ascoltiamo dischi in nessun’altra lingua praticamente, il francese è appena accennato. Il pubblico però non c’entra affatto, anzi, nella mia esperienza ho sempre riscontrato un pubblico molto curioso e sempre molto aperto a nuove strade musicali.

Il disco sembra essere un inno ai sentimenti, emana un forte senso di libertà e liberazione. È così?
È assolutamente quello il senso del disco. A differenza della mia precedente produzione, in questo album ho consapevolmente deciso di abbattere delle barriere non solo culturali ma anche tecniche, evitando quindi troppa post – produzione e arrangiamenti complessi. Se pensi alla mia formazione, ovvero a Federico Marchesano al contrabbasso, Mattia Barbieri alla batteria e Fabio Barovero alla fisarmonica, ti rendi conto di quanto questa non sia certo quella canonica, standard, tradizionale, ma tutt’altro che questo. Eppure c’è comunque una compattezza di suono straordinaria. Il disco è un inno alla vita tanto quanto il suo contrario, nel senso che ci sono anche dei brani molto rock e molto scuri in cui è presente il tema della morte, con cui io sono fermamente convinta che si possa e si debba dialogare, proprio per avere come reazione un innesto di vitalità e attaccamento alla vita che il disco, dopo questo percorso, esprime.

Copertina Disco Saba 2015

Com’è cambiata la scena musicale italiana con l’avvento dei talent show dal tuo punto di vista?
Quando penso ad un talent show, posso anche pensare al divertimento. Quando penso alla musica all’interno del talent show, invece, penso ad un senso di agonia e alla morte di ogni forma di creatività e di arte. Chi trasforma la musica in un’industria, introduce una vera cancrena creativa che porta alla scomparsa di ogni tipo di fantasia. Dall’altra parte penso a una città come Roma, che mi ha adottata, capitale mondiale in cui in realtà non ci sono tutti questi posti in cui suonare, se paragonata ad esempio ad una città come Londra, che in questo senso ha una vitalità imparagonabile. Non ultima poi l’eccessiva e assurda burocrazia e le tante tassazioni che vessano qualsiasi forma di intrattenimento, quindi anche la musica. Perciò, nonostante io mi senta una donna analogica in un mondo digitale, l’unica possibilità sembra essere la rete. Ci siamo un po’ tutti trasferiti lì, in quella realtà virtuale che diventa, paradossalmente, più reale di quella vera.

Che ne pensi della via del crowdfunding?
La trovo molto positiva ma non penso che sia l’unica via percorribile. Io spero ancora in una sorta di risveglio del mecenatismo del nostro governo prima o poi, perché sarebbe giusto se un governo stanziasse dei fondi per i figli del proprio Paese che vogliono fare arte. Per cui sono assolutamente a favore di queste nuove forme di finanziamento dal basso, di questa sorta di colletta per un progetto in cui si crede. Quello che dico però è che non dovrebbe essere l’unico modo per fare un disco al giorno d’oggi. Spero in tempi migliori in cui l’investimento da chi di dovere nei confronti della musica sia più florido.

Che ne pensi della canzone come forma di protesta sociale?
Penso che a volte i musicisti lanciano dei messaggi che dovrebbero lanciare i nostri politici che però fanno altro. Non ci sono più i punti di riferimento che c’erano una volta, non ci sono figure illuminate. Proprio per questo alcune band che affrontano il sociale vengono idolatrate moltissimo, come delle vere rockstar, per esempio sui social. Il fatto è che ci sono degli artisti che ne sentono la vera necessità, altri invece lo fanno per moda, altri ancora temono una presa di posizione troppo forte. Io penso che tutti dovremmo prenderla invece, che sia al bar con gli amici o su un palco di fronte a cinquemila persone, perché viviamo un momento storico talmente complesso sotto tutti i punti di vista che è davvero impossibile non avere idee politiche, di qualsiasi colore esse siano.

Dove ti piacerebbe portare il tuo album?
L’album l’ho presentato a Londra, una città che mi ha accolto bene e in cui mi piace ritornare. Mi piace moltissimo suonare in Italia, mi piace suonare nella “mia” Roma, ma proprio perché parlo io stessa di una musica che non ha confini, ho un sogno: l’Africa. Ma mai dire mai!

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