INDIEPEDIA: Matador Records, 1992 – 1998

di Fabrizio Morando

Seduto in una veranda a Boston nell’estate del 1981 e vestito al limite della decenza (una maglietta giallo formaggio-andato-a-male figurava come il “touche de classe”) l’occhialuto 18-enne Gerard Cosloy sembrava tutto tranne che uno dei fanzine-makers più additati all’epoca nonché scaltro talent-scout di band che avrebbero fatto storia di lì a poco: “Mai sentito parlare di Kilslug? Dei Deep Wound? Cazzo i Sorry almeno?” – usava dire ai giornalisti in tono di sfida. Sembrava evidente che il materiale proposto da Cosloy era diverse spanne sopra tanto ciarpame editoriale che girava spavaldo nel panorama della musica indipendente in quel periodo. Qualche anno dopo Cosloy diventa il direttore della Homestead Records e in seguito co-amministratore della Matador, un’etichetta indipendente oramai storica che è riuscita a tenere la testa ben al di sopra dell’acqua in un’era in cui l’intera industria musicale vi stava inesorabilmente naufragando.
Come molte etichette indipendenti, La Matador Records ha esordito come un’operazione in pieno stile “one-man band”. Il musicofilo Chris Lombardi nella camera da letto della sua depandance newyorkese fonda il marchio in mezzo a quei quartieri ancora imbevuti di fine ventesimo secolo, dove il Greenwich Village era una sorta di comunità hippy pregna di poeti e di cantautori veraci e Harlem poteva ancora fregiarsi del titolo di “capitale del soul”. C’era un sacco di povertà e un sacco di ricchezza, e questo meraviglioso contrasto creava tutta la magia, come in un grande YIN-YANG metropolitano.
Anche se Lombardi ne è stato di fatto il creatore, la vera esplosione della label avvenne solo nell’anno successivo, quando Chris fu raggiunto nella grande mela dall’ex manager della Homestead. Solo dalla fusione di questi due fior di capoccia nacque la vera anima del progetto, quella che ha visto passare dentro i nastri magnetici delle loro sale di registrazione gente di rispetto assoluto come Pavement, Yo La Tengo, The New Pornographers, Ted Leo & The Pharmacists, Guided By Voices, Kurt Vile, Cold Cave, Fucked Up, Liz Phair, Shearwater, Superchunk, Times New Viking, Belle & Sebastian e Cat Power.
“Per sopravvivere così a lungo devi fare molto di più che cazzeggiare in giro”, ha sentenziato Gerard in una recente intervista. E prosegue con mal celato orgoglio: “Se la Matador è ancora viva e vegeta è stato grazie ad un genuino buon senso nel far progredire l’arte musicale insieme al talento cristallino, e nel saper proporre un particolare mood proprio nel momento in cui la gente si aspetta quel mood dalla musica”. Come si può dargli torto. “Il buon governo esige economizzazione” continua Cosloy e conclude: “non spendere cifre folli per far firmare le band, e creare un ecosistema nel quale le band non si aspettano quantità folli di denaro in cambio. Sembra semplice? No cazzo, non lo è affatto. Non è scritto da nessuna parte che ogni persona che sappia abbracciare una fottuta chitarra abbia il diritto di far soldi nel mondo della musica.”
Il buon senso negli affari spiega solo in parte il successo dell’etichetta. Il vero elisir di lunga vita per Cosloy e Lombardi parte soprattutto dal principio che, dal momento che ogni gruppo è diverso, ogni approccio da usare con ogni band deve essere differente: un’idea spesso considerata blasfema nel mondo delle major e del mainstream dove tutto sembra essere gestito dentro una catena di montaggio.
Nel 1993, il marchio ha iniziato una collaborazione con la Atlantic Records, che è durata per circa un paio di anni. Poi, nel 1996, la Capitol Records ne ha acquisito una quota del 49 per cento, parte che Lombardi e Cosloy hanno ri-acquistato nel 1999 con un atto di pentimento. Attualmente è co-proprietà del Gruppo Beggars dal 2002 e opera sia a New York che a Londra.

Nel mese di ottobre del 2010, Matador ha celebrato il 21 ° anniversario del marchio, con una serie di concerti al The Palms Hotel & Casino di Las Vegas. Il 4 giugno 2013 i Queens of the Stone Age rilasciano il loro sesto album in studio, Like Clockwork e solo una settimana dopo la band di Palm Desert ha scalato le classifiche arrivando al primo posto della U.S. Billboard 200: 91.000 copie vendute consegnando all’ indipendente Matador il suo primo trionfo nelle chart internazionali. Nonostante questo, Chris Lombardi ha accolto la notizia col suo classico atteggiamento freddo e professionale. “Ricordo che ho volato a New York e quando sono atterrato mi è stato detto che il disco sarebbe stato il numero uno e un gruppo di colleghi si è radunato per festeggiare. Quando sono arrivato tutti si erano già scolati un paio di bottiglie di champagne a testa… ma per me è stato difficile dividere questa gioia con loro. Ho detto a Josh Homme congratulazioni Josh, cazzo il numero uno, ma mi sono sentito perso. Certo, è stato un risultato incredibile arrivare in vetta, ma da adesso in poi, inesorabilmente, potremo solo fare peggio”.

  • Insane – Total Destruction (1994)

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Raga vi avverto: questo album è brutale, spietato, è un macigno lanciato da un cavalcavia da uno psicopatico, e la copertina ne rappresenta gli agghiaccianti esiti. Precursore di tutto ciò che il nu-metal ha sempre finto di essere, rischia di farti perdere le otturazioni dei denti, di fonderti le vertebre una con l’altra e – se non ti decidi a spegnere quel maledetto stereo – di provocarti fuoriuscite di sangue misto a muco dal naso.
Rappresentando ciò che può essere definito la sottile linea rossa tra il punk, il doom-metal e l’hardcore, il suono scardinato e dirompente dei newyorkesi Unsane provoca head-banging sfrenati anche agli intenditori più esigenti in campo noise-rock e affini. Il suono di chitarra di Chris Spencer (fratello del più noto Jon) è tra i più originali che mi è mai capitato di sentire in tutti gli anni da ascoltatore assiduo di heavy-music, incentrando lo stile – se mai così si più chiamare – su “riffing” violenti e distorti all’ossessione. Ogni strumento, canto compreso gridato costantemente a squarciagola, tende a sovrastare l’altro in una lotta alla sopravvivenza: peccato che a soccombere non sono il drummer iper-tatuato Vincent Signorelli o quel serial-killer armato di basso che porta il nome di Dave Curran, ma solo i vostri fottuti timpani che credevano i padiglioni auricolari luoghi inattaccabili da qualsivoglia cataclisma.
In tutto questo marasma di decibel a triplo zero, il songwriting della band rimane una meraviglia senza tempo: ogni nota è sistematicamente prodotta con la massima cura e ottimizzata per il massimo impatto. Una macchina da guerra di un’efficienza metronomica. Unsane: devastanti e totali.

  • Pavement – Slanted & Enchanted (1992)

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Sì si d’accordo è un disco di una confusione paurosa, suonato a tratti male e con poca tecnica. Ok va bene, la registrazione è sciatta e… sì le canzoni sono tutte contorte, quasi senza un filo logico. Come dite? I testi troppo criptici e cantati in modo stonato? Si… ma c’è da aggiungere anche che Slanted & Enchanted rimane il disco di musica indie più geniale di ogni tempo, colonna sonora seminale per una intera generazione, una pietra miliare e un riferimento per tutto un ecosistema di band nate in quel filone. Detto questo, direi che i secondi meriti compensano abbondantemente le prime mancanze.
L’album di debutto dei Pavement si conferma ancora adesso un disco senza tempo, che definire straordinario è sminuirlo. Quel mix di suoni delinea in pieno il “marchio di fabbrica” della band: ritmi complessi, melodie sublimi e approcci anarchici al songwriting, conditi (spesso) con testi cinici e pieni di “humor” intelligente, lasciando intuire l’infinito background culturale del cantante e leader indiscusso Stephen Malkmus. Anche se la vera impronta del gruppo raggiungerà l’apice nel successivo e più maturo Crooked Rain del 1994, Slanted & enchanted rappresenta il disco di esordio per antonomasia che ogni indie-band avrebbe voluto incidere. Fonde una vasta gamma di influenze, non ultima la tanto declamata scena ‘grunge’, con lo stile pop-punk di alcuni gruppi seminali che li hanno preceduti, come i The Fall: quest’ultimo particolare riferimento che molti addirittura additano come plagio è la fonte dalla quale traggono evidente ispirazione – soprattutto nelle linee melodiche e nel cantato – ma si discostano per ironia e innovazione.
In questo lavoro in particolare, i Pavement riesumano gli esperimenti avant-noise dei Sonic Youth e dei Big Black di parecchi anni prima, scimmiottandoli con vitalità e genuino spirito popolare. Sin troppo evidenti gli agganci chitarristici rubati alle accordature smembrate di Lee Ranaldo e alle belle melodie “Sha la la” in piena espressione art-punk e vicine al cantato dello storico artista statunitense Buddy Holly.
Oh, l’estate del ’92. Per tutta la stagione, abbiamo cantato insieme queste canzoni, e ogni parola l’abbiamo imparata a memoria: “…Lies and betrayals/Fruit-covered nails/Electricity and lust…” Slanted&Enchanted era così dannatamente bello, e a nessuno importava se era mal registrato e tecnicamente imperfetto. I Pavement da quella magica estate sarebbero diventati per tanti appassionati la più grande rock band americana degli anni Novanta. E per molti lo sono ancora adesso. Immortali.

  • Yo la Tengo – Painful (1993)
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Un caro amico mi scherzava per l’ossessione che nutrivo per questa band. Era un periodo spensierato e questo album ne è stato una sorta di colonna sonora.
Il mattino dopo che acquistai Painful avevo il giorno libero e decisi di uscire di casa a smazzarmi alcune commissioni familiari. Era una bella giornata a Genova così inserii il mio nuovo CD nel lettore, abbassai i finestrini dell’automobile e mi ritrovai a prendere alcune strade secondarie giusto per trovare una scusa ed allungare forzatamente il percorso che mi separava dalla destinazione. Cristo, in quell’organo sognante della track di apertura Big Day Coming sino dentro gli epici e distorti sette minuti di lungo crescendo della traccia finale I Heard You Looking ho scoperto qualcosa di unico, di dannatamente emozionale, di tendente al filosofico equilibrio perfetto. Sapevo che quel giorno sarebbe stato l’inizio di una lunga storia d’amore.
Nonostante gli Yo la Tengo abbiano avuto una produzione discografica parecchio intensa, Painful rimane ancora il miglior disco che la band del New Jersey abbia mai registrato, almeno a mio modesto parere. Coniugando un suono morbido tipicamente soft-psych a frenetici droni Noise Hardcore, YLT hanno sfornato un sound senza confini, partendo dalle magnifiche due versioni di Big Day Coming, sino alle bellissime From a Motel 6 e Sudden Organ. Ogni singola canzone qui è di livello superiore, uno dei dischi che si vorrebbe non finisse mai. Infinito.

  • Cat Power – Moon Pix (1998)
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Tempo fa, mentre mi sollazzavo con il video Cross Bones Style di Cat Power su YouTube, canzone bella ma di certo lontana dal capolavoro, ho letto distrattamente un commento lasciato da un utente. Questo tipo non era particolarmente entusiasta dal pezzo e auspicava il ritorno della vecchia Chan Marshall, donna alcolista e depressa, ma capace di scrivere canzoni di straordinaria bellezza come quelle dei suoi esordi.
Moralmente parlando tale dichiarazione mi lasciò un po’ interdetto, ma se essere depressi significa portare un così grande contributo alla musica tutta, allora pienamente d’accordo con l’avventore del celebre sito di streaming, e ben venga un altro po’ di sana psicanalisi per la bella Chan. Moon Pix è un album meraviglioso, ed è impressionante come un disco cosi semplicemente genuino possa rendere la tristezza ancora più triste, la sincerità ancora più sincera, e il concetto di purezza ancora più puro.
Come le più grandi star di stampo cantautoriale, Chan Marshall ha dedicato la sua vita artistica esclusivamente alla sperimentazione vocale, e il lavoro fatto sulle tonalità e sul suo caratteristico stile balzante tra il morbido e il roco-raschiato è davvero stupefacente. L’utilizzo di tali abilità con intelligenza e dinamica dà enorme valore anche ai suoi testi da bambina-visionaria, offrendo una miscela peculiare di surrealismo e parole dirette e potenti, sufficienti a lacerare il cuore anche chi si spaccia per il più impenetrabile degli esseri umani.
Cat Power consegna ai posteri il suo meglio utilizzando una strumentazione minimale, e sfruttando suoni di pianoforte e di chitarra ovattati ed essenziali. Questo ritorno alla valorizzazione della voce sopra lo strumento rende questo grido ancora più disperato di quello che potrebbe apparire: Chan chiusa in sé stessa, persa in una stanza vuota, e collusa nel suo radicale infinito. Si tratta di un percorso che vale la pena passarci attraverso, anche se non si è propriamente amanti del genere; in un primo momento troverete il tutto tendente al noioso, ma alla fine sarete costretti ad amarlo semplicemente così come è, struggente e geniale.

  • Arab strap – Philophobia (1998)

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Se avete avuto o continuate ad avere problemi con l’altro sesso, ascoltate questo disco: è il miglior album degli scozzesi Arab Strap e uno dei più grandi manifesti sul dolore e sull’incomunicabilità nelle relazioni di coppia. Philophobia è uno stream di 13 canzoni di miseria, di solitudine, e di passione dannata. Aidan Moffat parla senza mezzi termini, confermandosi un poeta maledetto dei nostri giorni. I suoi testi, che non badano certo alla pulizia del linguaggio, sono un resoconto implacabile della vita reale di ognuno di noi: parlano di sesso, di vita, di morte, parlano della più comune quotidianità. Aidan Moffat li declama con voce volutamente spenta, incolore. Nessuna enfasi e nessuna concessione a qualsiasi teatralità.
Ogni canzone ha una melodia diversa, ogni canzone porta un racconto su un amore perduto. Mi piace il modo con cui questi signori scelgono di parlare invece di cantare, perché mentre ascolto questo album mi sento come un prete nell’atto della confessione. Malcolm Middeton ha il gravoso compito di musicare queste linee poetiche, e lo fa attraverso una certosina ricerca di suoni catartici e minimali: una drum machine low-fi, un pianoforte occasionale, un dolce-strumming di chitarra. Un must-have per chi gode di triste, musica lunatica, per chi ha sognato con le melodie di Morrissey e degli Smiths, e anche per chi adora i lavori dei Belle e Sebastian, con i quali condividono i luoghi e le culture.
Buon ascolto a tutti.

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