INTERVISTE: AINÉ

di Clara Todaro

Arnaldo Santoro, in arte Ainé, classe 1991, ha lo sguardo lungo sull’oltreoceano ma il cuore ben piantato in Italia. Tanto giovane, ha già cantato sui palchi dell’Auditorium Parco della Musica e dell’Umbria Jazz, vanta collaborazioni con Giorgia e Sergio Cammariere e ha aperto i concerti di artisti vari: da Robert Glasper al più recente Ghemon presso Carroponte a Milano. Si è formato al Saint Louis di Roma e al Berklee College di Boston, ma è cresciuto nelle scuderie dello scattista e jazzista italiano Gegè Telesforo. Ha esordito con Generation One, il debut album uscito su tutte le piattaforme online – e non solo – il 24 maggio scorso. Gli abbiamo chiesto: ma “tu, vuò fa’ l’americano”?

Arnaldo o Ainé? Come preferisci essere chiamato? C’è un motivo per cui hai scelto questo nome artistico? Ero alla ricerca di un nome neutro, che non desse l’idea di confini geografici, culturali o di genere. Questo è arrivato per caso quando mi trovavo sul pullman di ritorno da Parigi: una signora aveva lasciato un biglietto attaccato al sedile del passeggero accanto, ma rimase lì così lo presi io. C’era scritto proprio Ainé. L’ho preso come un segno – anche un po’ inquietante – e ho deciso che era perfetto per me; anche se in origine doveva essere Arné (una sorta di francesizzazione di Arnaldo).

Quindi Ainé dal francese, Generation One cantato un po’ in italiano ma per buona parte in inglese, generi musicali che spaziano dal soul al jazz all’r&b americano e studi negli States. Da dove nasce la tua esigenza di “internazionalizzazione”? Per i giovani, oggi, cercare l’internazionalizzazione è praticamente tutto. Altrimenti si rischia di rimanere ancorati a un passato stantio. Invece bisogna capire che la musica è progresso, quindi è necessario restare al passo con i tempi. Mescolare tra loro i generi. Questo infatti è quello che ho cercato di fare in Generation One che non si può classificare sotto alcuna etichetta, è un po’ rock, un po’ soul, un po’ elettronico…

Nonostante questa lungimiranza, tu hai iniziato la gavetta nel panorama musicale nazionale: sei stato a scuola da Gegè Telesforo che hai accompagnato in tour, insieme a Greta Panettieri. Quanto è pesata l’eredità telesforiana? Pesare è forse un verbo eccessivo, perché il tour con Gegè mi ha permesso di fare la gavetta subito dopo gli studi. Sono stato buttato subito sui grandi palchi e, batosta dopo batosta, sono riuscito a prendere il meglio da questa esperienza. Oggi – anche se non collaboriamo più – abbiamo un bel rapporto, ci scambiamo musica e ascoltiamo le idee l’uno dell’altro. Adesso cerco di fare il mio percorso.

In questo percorso intanto hai incontrato tanti artisti che hanno collaborato con te per questo album multi-genere. Si va da Sergio Cammariere a Ghemon, Davide Shorty e Gemello. Ci racconti come è stato? Sicuramente è una bella presentazione per un primo album, ma devo dire che ormai ci sono molto abituato. Visto che sin da piccolo sono stato catapultato sul palco, ormai ho superato il trauma del confrontarmi con grandi artisti. Poi, a differenza di altri coetanei emergenti, non sono un fomentino; penso solo a lavorare sodo e studiare, a fare la gavetta suonando anche nei localini, senza strafare.

A fronte di questo però c’è un’esperienza che in molti forse non conoscono, cioè che per qualche giorno sei stato un concorrente tra i banchi di Amici. Cosa è successo dopo e cosa pensi del format del talent? Si parla di ben sei anni fa almeno e feci di tutto per farmi cacciare perché ero troppo giovane per stare sotto le luci della ribalta. Quando a 15 anni alcuni si ritrovano a cantare all’Arena di Verona, si sente subito che manca qualcosa. Io ho capito che non era quella la persona che volevo diventare, così ho preferito mettermi a studiare e lavorare, magari un po’ in disparte, ma almeno costruirmi piano piano un percorso personale.

Probabilmente è stato meglio per te, magari poi saresti caduto nel dimenticatoio e oggi non avresti registrato un album allo storico Forum Music Village. Com’è stato lavorare dove hanno lavorato i grandi della musica? Ovviamente è stata un’emozione unica, ma soprattutto è stata un’esperienza lavorare con l’ingegnere del suono del Forum, Davide Palmiotto, che per me è il migliore in Italia.

Ainé 2

A proposito di grandi della musica: quali sono gli artisti che ti hanno formato? Per quanto riguarda gli italiani adoro De Andrè, Dalla, Pino Daniele, Battisti, anche Cammariere, il Jovanotti vecchio, insomma il cantautorato classico. Più che altro perché in Italia non sta passando musica che mi faccia impazzire.

In Generation One ci sono testi scritti per te da altri, tu quanto ti ci riconosci? In realtà, eccetto che per Dopo la pioggia (il testo è di Roberto Kunstler, paroliere di Cammariere, nda.) e Nascosto nel buio, io collaboro sempre ai testi perché ho bisogno di sentirli direttamente per poterli cantare. Di solito rispecchiano quello che sto passando in quel momento. 

Per quanto riguarda i temi, si nota un frequente riferimento al senso del distacco, si parla spesso della fine di una storia. Già in Cosa c’è parlavi di qual che resta dopo un amore, adesso anche in Dopo la pioggia e Nel mio mondo. Tuttavia sembra che in Nascosto nel buio si tratti di un distacco di altro genere. Ci spieghi quale? Tra quelle in italiano quasi nessuna tratta d’amore in realtà, forse solo Dopo la pioggia, ma bisognerebbe chiedere a Kunstler. Invece Nascosto nel buio – a cui sono molto legato, oltre a Mommy che è dedicata a mia madre – ha una storia particolare perché ricorda un amico molto caro che ho perso lo scorso anno. Inoltre c’è il parlato finale di Gemello, mentre le parole sono di un signor autore, Samuele Cerri, uno di quelli storici di Mina.

Cosa è per te la “Generazione Uno”? Io ho voluto dare questo titolo perché si tratta di un progetto che coinvolge talenti italiani, autori italiani, e soprattutto giovani under 28. È un modo di dare voce a chi non ne ha, per dare musica nuova a ragazzi della mia età che sempre più sembrano vivere senza speranza. Ogni tanto mi piace sentirmi un po’ Spiderman.

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