LE INTERVISTE DI JUST KIDS SOCIETY: LUCA D’ALESSANDRO

di Gianluca Clerici

Il bel pop che non si fa i fatti suoi ma fa i compiti a casa. Guarda altrove, si macchia di sapori spagnoleggianti, strinzza l’interesse e l’ascolto a suoni di nylon e poi riesce comunque a star dentro i canoni del bel sound leggero italiano. Manca di pelle e di scorza dura, manca di graffi e di ferite aperte…è un esordio quello di Luca D’Alessandro. E non penso ci sia miglior artista di un emergente a cui rivolgere le domande di Just Kids Society:

Fare musica per lavoro o per se stessi. Tutti puntiamo il dito alle seconda ma poi tutti vorremmo che diventasse anche la prima. Secondo te qual è il confine che divide le due facce di questa medaglia?
Ottima domanda. Come dici tu è una stessa medaglia, quindi in fondo non c’è un confine… una cosa è buona quando fa bene a te, agli altri e al mondo. Non è possibile fare la musica solo per se stessi o solo per gli altri. Se devi scegliere una delle due cose significa che non stai amando quello che fai ma agisci per paura…nel primo caso per paura di esporti e nel secondo, per esempio, per paura di non riuscire.

Crisi del disco e crisi culturale. A chi daresti la colpa? Al pubblico, al mercato, alle radio o ai magazine?
La crisi è semplicemente un cambiamento al quale si sta resistendo. Non credo vada cercato un colpevole ma piuttosto serve aprire gli occhi e vedere in faccia questo cambiamento per accettarlo e poter così vedere quante opportunità nuove si stanno creando. A mio parere in questo momento ci sono molte opportunità che possono essere colte…

Secondo te l’informazione insegue il pubblico oppure è l’informazione che cerca in qualche modo di educare il suo pubblico?
Una delle domande più difficili alle quali rispondere. Premettiamo che “l’informazione” è fatta da persone. Tra queste persone ce ne sono alcune che portano avanti il loro pensiero in modo onesto e con cuore, ovvero che innovano, ed altre invece che si muovono in modo più superficiale cercando di sedurre un pubblico o di “inseguirlo” come dici tu. Come sempre qualcuno guida, molti seguono.

La musica di Luca D’Alessandro è un bel pop che si tinge di emozione. In qualche modo si arrende al mercato oppure cerca altrove un senso? E dove?
Grazie per le belle parole.
Dunque, è difficile arrendersi al mercato anche perché, come accennavamo prima, un mercato, nel vero senso della parola, ormai non c’è più. La ricerca del senso è stata fatta in direzione del disco stesso. È il disco che deve avere un senso a livello strutturale, musicale e di significato…poi come questo senso impatta sul pubblico è tutto da scoprire. Il mio invito è quello di non credere ad un’opinione che dice “quest’opera non ha senso” ma piuttosto chiedersi “che senso ha per me? Cosa mi comunica?”

In poche parole…di getto anzi…la prima cosa che ti viene in mente: la vera grande difficoltà di questo mestiere?
La paura.
Ogni volta che ci dimentichiamo che facciamo quel che facciamo per amore…emerge una paura fottuta. Di non essere all’altezza, di non essere capiti, di non farcela…non importa quale sia, in ogni caso sarà un ostacolo.

E se avessi modo di risolvere questo problema, pensi che basti?
Basta per cosa? Per avere un pubblico alla Pausini? Forse no.
Basta sicuramente per avere un tuo pubblico, per essere onesto, per dare qualcosa, basta per fare la differenza e soprattutto per essere felice facendo ciò che ami.

Finito il concerto di Luca D’Alessandro: secondo te il fonico, per salutare il pubblico, che musica di sottofondo dovrebbe mandare?
Ovviamente dipende dal mood del concerto ma così su due piedi direi l’inciso dell’ultimo pezzo del mio disco che si intitola “Grida”

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