REPORT: KILLING JOKE @ ZONA ROVERI, BOLOGNA – 16/11/2016

Live report di Massimiliano Speri

Chi crede che Bologna sia una città a misura d’uomo, in cui tutto è a portata di mano e le stressanti corse a perdifiato metropolitane siano bandite, forse non è mai stato alla Zona Roveri (o forse, più prosaicamente, ha una patente e/o un’automobile a disposizione)…

L’angosciante Odissea dell’arrivo tuttavia è stata una buona preparazione, fisica e soprattutto psicologica, al mood della serata, a cui hanno contribuito pure le impeccabili condizioni meteorologiche: gelo affilato e nebbia ectoplasmatica, più New Wave di così si muore.

Ne è passata di acqua sotto il ponte dello Scherzo Mortale (dal plumbeo post-punk degli esordi ai capitoli più sintetici/ballabili di metà anni’80 fino alle ultime prove, più metalliche e massicce), ma la le coordinate del loro vocabolario sono rimaste sempre le stesse: musica ossessiva, violenta, apocalittica, senza possibili spiragli rassicuranti.

Nonostante tutti i miei sforzi mi perdo il gruppo spalla, di cui nemmeno mi ero informato: poco male.
Il tempo di un drink e il rito sacrificale ha inizio…
A parte un nuovo componente (dalla sessualità non decifrabile) affaccendato alle tastiere, ci sono tutti i membri originari: il chitarrista Geordie Walker, il bassista Martin “Youth” Glover, il batterista “Big” Paul Ferguson e ovviamente lui, il mitico Jaz Coleman, gran sacerdote goth che adesso si limita a cantare (o meglio, a tuonare) con un look a metà tra Alice Cooper & Renato Zero e una teatralità se possibile anche più esasperata.
L’attacco con The Hum chiarisce subito le intenzioni: sarà una serata all’insegna di ritmi marziali e distorsioni opprimenti. Il suono è un po’ caotico, il che non è necessariamente un male.
Nemmeno il tempo di riprendersi e l’assalto ricomincia: Love Like Blood (hit da Night Time, l’album che segnò il passaggio a sonorità più fruibili) è un crescendo di epicità oscura, con Jaz a stregoneggiare come un invasato sopra l’implacabile marcia dei suoi soldati. Poi, in un’imprevedibile reminiscenza degli esordi militanti, ringhia nel microfono: “The following song is for the victims of 1980 bomb in Bologna Station… They said it was leftists’ fault, but it’s not true: you have to blame America!”, ed è come se venisse giù una valanga: Eighties rimane un inno ancora attuale a trent’anni dall’epoca che lo ispirò, e quel riff così sferzante (che, come tutti saprete, fu poi portato al successo da qualcun altro, con sommo disappunto del Nostro) è la perfetta colonna sonora per danzare sulle macerie di un’umanità che non ha mai meritato alcun paradiso.

killingjokepylongroup

Due brani dall’ultimo lavoro, un ripescaggio dai ’90 filo-industrial, poi si torna su temi più familiari con quello che rimane forse il massimo capolavoro della band: quando ascoltai per la prima volta l’incipit di Requiem, traccia d’apertura del loro omonimo esordio, pensai che fosse la cannonata più devastante che mai mi avesse perforato i timpani, una di quelle cose che ti inchiodano contro il muro e ti ci lasciano, e la massa di suono che mi viene rovesciata addosso non può che confermare quella iperbolica impressione. Chi canta, chi balla, chi si dimena: la sala pare ormai il set di un’orgia selvaggia.
Change (outtake dal primo album) e Turn To Red (addirittura precedente) mantengono alta la tensione scaldando (?) il cuore dei fan della prima ora .
Altri due brani più recenti, poi di nuovo una raffica di pepite: su Complications si scatena uno dei cori da stadio più improbabili che si possano immaginare, Unspeakable (da What’s THIS For…!, secondo LP del gruppo) è uno srotolarsi di percussioni tribali e ipnotiche pulsazioni di basso, l’epocale The Wait è un concentrato di ferocia inaudita, mentre il treno in corsa di Pssyche chiude trionfalmente la prima parte della serata.

I bis sono quantomai graditi: Wardance pare davvero una dichiarazione di guerra all’universo, uno schiacciasassi terrificante che non risparmia niente e nessuno, mentre l’oceano di metallo fuso di Pandemonium è il perfetto commiato di una band che farebbe qualsiasi cosa pur di non regalarvi sonni tranquilli.

Un concerto breve, nemmeno un’ora e mezza, ma ci sta tutto: un proiettile più è veloce più penetra a fondo.
Più o meno tutto come mi aspettavo: le suggestioni di ieri rilette con la potenza di oggi, e una ciurma di teppisti cinquantenni in gran forma, addirittura simpatici nel loro autoironico integralismo (e, qua e là, nel loro sprezzo del ridicolo).

Un provvidenziale passaggio in auto mi risparmia una possibile replica dell’epopea dell’andata.
Non che mi sarei tirato indietro: dopo un concerto simile, non può intimorirti (quasi) più nulla…

 

Setlist:
1. The Hum
2. Love Like Blood
3. Eighties
4. Autonomous Zone
5. New Cold War
6. Exorcism
7. Requiem
8. Change
9. Turn To Red
10. European Super State 11. I Am The Virus
12. Complications
13. Unspeakable
14. The Wait
15. Pssyche
16. War Dance
17. Pandemonium

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