INTERVISTA+PHOTO+LIVE VIDEO: BERG

Foto di Maria Elisa Milo – Intervista di Francesca Vantaggiato

Video di BERG

Qualche domenica fa, siamo andate alla scoperta di Villapizzone, quartiere a nord di Milano, per intervistare Luca Nistler, in arte BERG. Ci ha aperto la porta di casa sua mangiando una mela. Dopo un breve tour nel suo appartamento dagli arredi in legno, ci siamo seduti e abbiamo iniziato a parlare…

Come ti sei avvicinato al mondo della musica? Immagino sia un rapporto di lunga data…
Luca (L.): La primissima esperienza l’ho avuta con una lettera per partecipare allo Zecchino d’oro, a cui ho risposto ovviamente di no perché ero timidissimo! In realtà, mio padre è violinista e a tutti i miei fratelli ha cercato di far provare a suonare il pianoforte tranne che a me! Ero una peste, un caso perso… Ho iniziato cantando nel coro della scuola alle medie-superiori. Avevo questa insegnante di un carismatico incredibile che ho amato tantissimo, tipo Sister Act, mi ha tirato fuori dal ghetto. Sai, io vengo da Cologno Monzese, in da ghetto, avevo tutti amici un po’ tamarri e lei mi ha un po’ ampliato gli orizzonti e mi ha fatto innamorare della musica classica e black.

Sei stato fortunato, visto che la mia ci faceva suonare il flauto o al massimo la diamonica! Non ho avuto nessuno che mi tirasse fuori dal ghetto di Lavinio ed infatti sono rimasta coi tamarri!  Ti sei dedicato subito al canto e non ad uno strumento?
L.: Ho iniziato a suonare la chitarra e su quello mio padre mi ha dato qualche dritta, mi ha fatto ascoltare dei suoi vinili, Donovan, Dylan, cantautori francesi e tedeschi come Brassens e Wolf Biermann, cantautore dissidente della Germania dell’Est. Mi ha un po’ aperto la strada. Infatti, il mio primo progetto musicale era con due chitarre e due voci, erano i primi Parados con Federico Agosta (successivamente chitarrista Kafka on the Shore)

intervista Berg just kids

Grasse risate di domenica mattina

Ti trovi meglio da solo, rispetto ad essere con una band?
L.: Beh, se le cose vanno bene è merito mio, se vanno male è sempre merito mio… In realtà si, per certe cose mi trovo meglio perché ho i miei tempi, provo a casa con una piccola cassa, scrivo quando ho tempo, non devo incastrarmi in impegni altrui. E poi comunque non si è mai davvero soli. Per esempio con Antonio Polidoro (Blap Studio), con il quale ho registrato e co-prodotto l’EP si è creato un legame magico, con Alberto Martorana c’è stato un lavoro bellissimo e molto ricercato per quanto riguarda l’artwork del CD, poi c’è Barnaba della mia etichetta Sangue Disken, Ercole di Volume Up, Liza di Astarte Booking e tante altre persone per me importanti che orbitano intorno al progetto. Poi sì chiaro sui palchi vado da solo.

Sì diciamo che se una serata va bene ti batti il cinque da solo!
L.: Esatto! Mi dico “bravo, bravo”, sotto un lampione spento, in una strada deserta. A parte gli scherzi, diciamo che io sono sempre stato quello che trascinava gli altri componenti della band, ho sempre investito molto nella musica a livello emotivo, e anche economico, quindi era frustrante quando le cose non stavano andando nel verso che speravo.

Ma non è un po’ pretenzioso pensare di poter fare tutto da solo?
L.: Sì, ho dei seri complessi di superiorità! (ride) No non lo so ci vuole tanto impegno, ci vogliono regole e devi farti inondare da tutto, anche dalle paure e dalle cose che possono sembrare negative. Per ora le cose stanno andando bene.

Come hai fatto a trovare questa formula di suono e voce che caratterizza BERG?

L.: All’inizio suonavo con il batterista dei Parados, Stefano Boscaro, lui faceva dei pattern ritmici e io ci cantavo sopra. Ma, per esempio, il brano Run è nato da una improvvisazione con Niccolò Bonazzon (mio ex batterista che poi è andato a suonare con L’Orso): lui batteria elettronica, io voce, delay e loop station e la prima cosa che è uscita fuori è stata Run, così, di getto. Quando i Parados si sono sciolti ne ho sofferto parecchio, ho chiesto a turno un po’ a tutti i componenti di iniziare un progetto nuovo insieme, ma nessuno se l’è sentita di fare le cose seriamente, così ho detto “Sai che c’è? Mi guardo due tutorial di beatbox e ci provo!”. Così, pian pano, si è spianata la strada.

E questa scelta di andare sull’analogico? Mi sembra strano, visto che mi hai appena detto che inizialmente avevi puntato sull’elettronica.
L.: Sì, inizialmente ero pronto a una collaborazione di varia natura, poi in realtà ho pensato che fare tutto da solo, con la sola voce si sposava di più con il concept dell’album, che potremmo definire slow-music? Se Nanni Moretti mi sentisse…

Nella mail di presentazione di BERG viene sottolineato che si tratta di un progetto “versatile e portatile”. Perché sono importanti queste due caratteristiche?

L.: Sono importanti per i live, perché per i locali può essere molto comodo ospitare un artista che in due minuti ti tira su il set, fa i suoi pezzi e poi smonta tutto come se non fosse successo nulla.

Io pensavo che la scelta fosse che volessi andare a suonare in posti assurdi, tipo una casetta sull’albero. Ti ci vedo bene!
L.: (ride) Questa tua idea la proporrei a Terraforma Festival! Come disse il Petrarca, tagghiamoli!!! Poi se m’invitano ti offro una cena direi!

Per quello che riguarda il tema ambientalista, mi piacerebbe approfondire con te la scelta di costruire un EP (Solastalgia) sul concept dei confini, prendendo spunto da un fatto rilevante a livello mondiale come la spedizione della Shell nell’Artico, alla ricerca di fonti energetiche. Come mai hai sentito questo bisogno?
L.: Sì, Berg significa montagna, è un confine ancestrale tra lembi di terra. E così l’EP Solastalgia disegna le contraddizioni di un mondo che arma i confini tra Stati e lascia che i confini di ghiaccio, gli ice-berg, si sciolgano. Il tema ambientalista mi è sempre stato a cuore. Finite le superiori, sono stato per due anni in Croce Rossa ed ero responsabile di un progetto per le scuole, e tra le varie materie portavamo nelle scuole elementari anche educazione ambientale. Avevo anche scritto una favola con protagonista un bambino-eroe di nome ARUTAN (cioè Natura al contrario!). Il tema dell’ambiente ora più che mai è una cosa urgentissima e lo spunto mi è venuto soprattutto dopo aver letto Una rivoluzione ci salverà di Naomi Klein, dove mette insieme la lotta contro un sistema capitalista sfrenato e quella ambientale. Perché si tratta della stessa lotta: la crisi del capitalismo è perfettamente correlata allo sfruttamento delle risorse e all’incapacità di fermarci anche di fronte ad una chiara e nitida emergenza climatica. Infatti l’elezione di Trump è una cosa gravissima: la preoccupazione per l’emergenza climatica è stata espressa per la prima volta nel ’57, poi nel ’79 c’è stato il primo summit di Ginevra in cui se n’è parlato apertamente, ma in America c’è sempre stato un negazionismo continuo. Obama è stato il primo a rispondere ai campanelli d’allarme del mondo scientifico. Poi, non si sa come, Trump è riuscito a vincere…

Come te la spieghi?
L.: Ci sono più elementi. Ho letto un articolo su Internazionale molto interessante sui big data: un ragazzo, per la sua tesi di laurea, aveva fatto una ricerca grazie alla quale riusciva a inquadrare con una certa sicurezza ogni tipologia di utente di internet, a partire dai big data raccolti su di lui e a prevedere i comportamenti degli utenti. Questa sua ricerca è stata poi acquisita da una agenzia di comunicazione e queste stessa agenzia ha lavorato sia per la campagna pro Brexit sia per l’elezione di Trump. Insomma, ce ne accorgiamo tutti delle pubblicità che compaiono come per magia a seconda di quello che stiamo cercando…sembra che ci sia qualcuno in grado di direzionare i voti attraverso link che quest’agenzia decide di far apparire su facebook per esempio.

Quello che mi stai dicendo è che le persone sono state indotte a votare per la Brexit e per Trump?
L.: Beh, la teoria dice che se per esempio una persona corrisponde a un certo tipo di profilo psicologico verrà direzionata a pensare in un certo modo facendogli apparire un certo tipo di immagini e link tendenziosi.

Mi stai parlando di teoria del complotto!?
L.: (ride) Mah, non voglio fare il “dietrologista” di turno, ma non penso che sia poi così difficile utilizzare i dati raccolti su di noi per questi fini! Detto questo, oltre al palese declino di ogni tipo di ideologia, c’è una generale sfiducia e un malcontento che tendono a sfociare in una becera politica di pancia.

Tutto questo quanto c’entra con il tuo EP? Pensi che con la tua musica tu possa intervenire su tali questioni?
L.: Ma certo che no! Io nel mio piccolo faccio quello che posso, quello che tutti possono fare è parlarne. Ho trovato magistrale il video di Einaudi tra i ghiacci dell’Artico per esempio.

Cosa ne pensi invece della situazione italiana in ambito di diritti civili e riguardo al tema dell’omofobia e anche della transfobia?
L.: Abbiamo appena fatto questa legge che un pochino aiuta, ma c’è tantissimo da fare invece sulla transfobia. È incredibile che quando c’è un gay pride si grida allo scandalo “oddio uomini che si vestono da donna” ma non sento con lo stesso vigore morale “oddio un uomo che si veste da soldato”. C’è questa distorsione palesemente guidata dall’alto di cui siamo tutti un po’ vittime, diciamoci la verità… se ci pensi bene, se un uomo si veste da donna o una donna si veste da uomo, è davvero un problema? Per chi? Siamo tutti destinatari inconsapevoli di giudizi che non partono dalla nostra esperienza diretta o, come dice Paolo Benvegnù “siamo troppo suggestionabili”.

In Run tu unisci addirittura due tematiche: c’è una coppia di ragazze che si amano e che stanno fuggendo da un paese in guerra
L.: Parla dell’impossibilità di appartenersi, come potrebbe suggerire Beatriz Preciado. Nella canzone dico “non ci apparteniamo, non apparteniamo a noi stesse, l’unica cosa che possiamo fare è scappare”. Solo che poi, una volta fuggite, si ritrovano in una situazione – quella dei migranti esuli – che non è proprio delle migliori.

Secondo me questa canzone è molto bella, se pensiamo a come i media rappresentano i migranti e a come le persone percepiscono il fenomeno. Le persone si immaginano questa massa di gente senza volto e senza identità che si muove compatta dall’Africa verso l’Europa, mentre difficilmente pensano che sono singoli individui, ognuno con la sua storia e personalità. Run mi piace proprio perché racconta la storia di due persone, non di due migranti. E sono due persone che si amano e hanno tanti problemi da affrontare. Pensi che possa servire una canzone del genere, che hai scelto anche come singolo e videoclip di lancio?
L.: Quello che può servire è quello che fanno associazioni e gruppi di attivisti che aiutano i migranti ad auto-organizzarsi e a conoscere i propri diritti. C’è tanto chiacchiericcio intorno al tema, hanno addirittura inscenato un confronto tra il rapper Bello Figo e la Mussolini che non credo meriti un commento! C’è tanta ignoranza sulla questione e soprattutto non capiamo che non sono loro la causa dei nostri problemi. L’innalzamento dei confini non può essere la risposta a tutto questo. Sarebbe l’ora di mettersi nell’ordine delle idee che il nemico non è l’uomo nero.

Tu hai esperienza diretta di associazioni o collettivi che sono attivi sulla quesitone migranti?
L.: Ci sono realtà storiche come NAGA, o People Before Borders o anche Rimake/Communia che lottano in prima linea per il rispetto dei diritti umani dei migranti in primis. C’è il Progetto 20 K  formato da un collettivo di videomakers, l’associazione Lasciateci Entrare e soprattutto ci sono gli stessi migranti, che sono in grado di organizzarsi e mobilitarsi per loro stessi. È anche vero che poi queste associazioni e tanti volontari svolgono l’importante compito di aiutarli ad aiutarsi e viceversa.

Quale sarà la strada di BERG?

Chi, nell’ambiente musicale, ti sembra che abbia a cuore le questioni sociali e politiche? Hai dei riferimenti?
L.: A me piace moltissimo Alessio Lega, cantautore che ai tempi ha vinto anche Premio Tenco con Resistenza e Amore. Lui parlò subito dei fatti della Diaz per esempio e secondo me è uno dei grandi eredi di De Andrè da un punto di vista lirico e di preparazione politica. Amo poi Paolo Benvegnù. Ha qualcosa di universale e lo sa. Mi piace anche Spartiti il progetto di Max Collini (Offlaga Disco Pax) che ha appena pubblicato un nuovo EP.

L’ultima canzone con cui si chiude l’EP è Dreams, in cui parli di karma: tu che in rapporto sei con il tuo?
L.: Beh, come dice il caro vecchio Bob “I’m a man of constant sorrow”. La questione del karma in realtà è uscita come una cosa un po’ ironica: si sente dire spesso “vado in palestra, faccio yoga, good vibes, good karma”! O quando si dice che se fai una cosa brutta poi il karma torna sempre indietro. Penso semplicemente che sia un po’ un’utopia, perché anche se sei la persona più buona del mondo, è difficile avere davvero un buon karma! Già solo mettere la spina nella presa di casa, da dove viene quell’energia elettrica? Come si produce? Se sapessimo l’origine e le conseguenze di ogni nostra azione ne usciremmo pazzi! È un po’ naif pensare che si possa davvero raggiungere una pace dei sensi. Come dice Tupacio non ho paura della morte, la mia unica paura è di reincarnarmi”.

È cresciuto molto hype intorno al progetto Berg e a Solastaglia, addirittura Pasquale Rinaldis su Il Fatto Quotidiano dice di te: “Se avesse partecipato all’ultima edizione di X Factor, sarebbe finito sicuramente in squadra con Arisa”. Cosa ne pensi? Intendo cosa ne pensi della recensione, dell’ipotesi di andare a X Faxctor e della possibilità di cantare con Arisa…

L.: Intanto, grazie Arisa che hai messo il like al mio post in cui ti citavo! La salutiamo? Salutiamola. (ride) Riguardo a X Factor, non ho seguito molto il programma, ma ho visto la parte in cui cantavano gli inediti e sono rimasto sorpreso dalla disinibizione di Agnelli nel muoversi tra canzoni iper-pop. Io ho sempre preferito non partecipare, perché alla fine il tutto mi sembra più una palestra di corde vocali che altro.

Pensi che i talent abbiamo influenzato il mercato musicale oppure pensi che la musica comunque vada avanti per diverse strade?
L.: Lo ha influenzato sì, come le radio mainstream influenzano gli ascoltatori italiani, ma nel sottobosco musicale rimangono comunque tanti progetti interessanti che non sono passati attraverso i grandi veicoli mediatici. O sì, ma dopo una gavetta di concerti ed esperienze forse anche un po’ più interessanti. Il mercato è pieno di etichette indipendenti meravigliose, come La Tempesta Records tanto per fare un nome facile, che vivono di vita propria senza il bisogno di passare dai grandi talent show. In generale nulla di ciò che ascolto arriva da lì. Quindi il problema non si pone. È anche una questione di gusti prima di tutto.

Presto uscirà il tuo primo disco. Solo che dopo un EP così carico, il primo disco deve essere un capolavoro! Per l’EP hai pensato al concept e ci hai costruito 5 brani, hai sperimentato suoni e voce, avete realizzato un artwork super innovativo… cos’altro ti puoi inventare adesso? Sarà difficile eguagliare l’EP: sei tranquillo o hai un po’ di ansietta?
L.: Adesso sono cazzi. (ride)

Non ti sembra di aver un po’ esagerato con questo EP? Di solito, si parte con un EP un po’ in sordina per testare il sound e l’idea, per capire quale direzione far prendere al progetto, si cerca di volare basso. Te invece ti sei lanciato con questo EP ricchissimo in contenuti ed armonie. Non hai paura di aver sforato un po’ troppo?
L.: L’unica mia paura è che tu stia esagerando con i complimenti, ma ti ringrazio di cuore. Per il resto, se il lavoro sarà ben fatto e se ci sarà una dedizione continua penso possano uscire delle belle cose. Ho già scritto diverse canzoni nuove.

Due artisti che suggeriresti?
L.: Anohni per la sua voce e il modo in cui si è rimessa in gioco musicalmente, oltre che per la sua infinita bellezza. E poi Okzharp, un’artista sudafricana che ho scoperto da poco.

Solita, ultima domanda: qual è stato l’ultimo concerto a cui sei andato come pubblico?
L.: I Pashmak, al Cicco Simonetta!

Fra che suono la batteria con le dita, sua unica skill acquisita nel tempo

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