RECENSIONE: LA BESTIA CARENNE – CORIANDOLI (2017, BulbArt)

Recensione di Gustavo Tagliaferri

È solo apparente l’ipotesi per cui l’inconciliabilità tra tempi, periodi e suoni in più circostanze possa essere irrisolvibile.

Un’ipotesi, appunto, tale da lasciare spazio quasi istantaneamente ad una tesi maggiormente ferrea, quella per cui, in un periodo in cui tanto comprensibilmente si cerca un’originalità vacillante, una simile coesione risulta tale da portare ad un suono sì riconoscibile, tutt’altro che scopiazzante, dove la devozione è il ponte levatoio per un’innovazione che fa solo bene alla proposta in esame. Tutto ciò Napoli lo sa e non poco, là dove Catacatassc è stato solo un favorevolissimo inizio attraverso cui, per La Bestia Carenne, proliferare per bene tra i qui presenti. L’osticità di fondo non rende Coriandoli un lavoro dall’approccio immediato, quanto semmai un’opera in cui le intenzioni del quartetto si fanno ancora più convinte e per questo tali da svelarsi gradualmente di ascolto in ascolto.

Non è un disco folk e non è un disco cantautoriale, è troppo avulso da suddivisioni schematiche per appartenere ad una determinata corrente: nel rappresentare le molteplici sfaccettature della prigionia ci sono le dilatazioni ed i silenzi occasionali, degli stop’n go scevri di distorsioni, alla base di L’uomo che cammina, che fanno pensare ad un improvviso matrimonio tra il prog 70’s ed il Branduardi maggiormente ispirato, come c’è un approccio da parte dello stesso folk che è maggiormente punk, anzi, tendente al post-punk tout court, favorito a sua volta da mantra passionali ripetuti ossessivamente, come un damerino mascherato che soavemente grida con tutto se stesso il proprio amore, servendosi di una teatralità che nella persona di Giuseppe Di Taranto è presente non poco, ed è il sunto di Le gambe belle; al contempo non vengono meno gli espedienti moderni quando si ha a che fare con arbusti che si esprimono attraverso pulsanti e matematici proclama electro-rock, come si evince da La quercia, in un dualismo che vede la sua conclusione in lievi echi medioevali, o loops sommessi che tracciano la galoppata frenetica, quasi aliena, di La notte di San Giovanni.

Così come Il nome di Saffo, tra atmosfere rurali, richiama un misto di funky e country e Carpenteria funge da melting pot i cui germi blues vengono soffocati da brevi girandole sonore più di stampo più à la Motorpsycho, se non psichedelico, che imbevute di jazz e math, mentre Le mosche è il momento enigmatico del lotto, un panorama dapprima tracciato dal sassofono di Sergio Di Leo in quel dell’introduttiva Polena e poi stravolto dal mistero e dal fascino rappresentato da imponenti ed imperanti grooves e bande in festa, di tribalismi popolari e soffocanti riff di chitarra, di disperazione e gioia, quasi a voler sottintendere un’ingarbugliata esistenza fermata improvvisamente in un buco spazio-temporale fatto di elicotteri e treni in prossimità di ripartire, come in uno scatto che fa tesoro della propria esperienza mentre risuona una ghost track dove il ruolo principale è unicamente quello del proprio io e della fida chitarra. Modalità di approccio atipiche che hanno il loro zenith nell’excursus de Il cecchino, in cui la dicotomia tra blues funereo o murder ballad ha una forte voce in capitolo e va ulteriormente a favore de La Bestia Carenne.
Coriandoli non sarà probabilmente un disco rivolto a tutti, così come il progetto in esame, ma la sua presenza finisce solo ed esclusivamente per essere gradita nell’ampia selezione nostrana, e merita più di un contatto uditivo e fisico.

La Bestia Carenne – Coriandoli
(2017, BulbArt)

1. L’uomo che cammina
2. La quercia
3. Le gambe belle
4. La notte di San Giovanni
5. Il nome di Saffo
6. Carpenteria
7. Il cecchino
8. Polena
9. Le mosche

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