INTERVISTA + LIVE AND PHOTO REPORT: FAST ANIMALS AND SLOW KIDS @ CAMPOVOLO, FESTAREGGIO [RE] – 12/09/2017

Intervista di Just Kids Magazine
Photo Report di Davide Orlando

In occasione dell’edizione 2017 di Festareggio (festa provinciale de l’Unità di Reggio Emilia) abbiamo incontrato i Fast Animals and Slow Kids. La magia di un’intervista che si trasforma in un incontro tra persone che amano la musica. Essere accolti da sorrisi. Condividere un momento speciale, seduti a un tavolo, come tra buoni amici.

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Inizio dal vostro ultimo album Forse non è la felicità. Come avete gestito in questo lavoro il processo creativo e come lo gestite a livello generale? Chi si occupa dei testi, chi della parte strumentale?
Noi partiamo dalla musica, come scelta. Qualcuno parte dalle parole, invece noi iniziamo da un riff. Ultimamente, è Alessandro il deus-ex-machina che ci comanda tutti con i suoi fili del potere. Lui imposta già da subito una struttura. Quando l’idea di partenza è abbastanza chiara andiamo in sala prove. Qui vige un giuramento che ci siam fatti tempo fa: ogni linea, ogni voce, ogni singolo pezzo che sia di basso o altro deve piacere a tutti e quattro. Che è una roba, in termini burocratici, mortale! C’è una discussione per qualsiasi cosa, ma alla fine ne usciamo tutti soddisfatti…o tutti scontenti. Va bene l’unanimità sia da una parte che dall’altra: “Questo pezzo è proprio una merda, dai facciamolo uscire!” È successo di litigare anche su una singola parola…tipo… “crusca” (da Montana). Crusca regà è una parola di merda, però lì ci stava! Poi entra in gioco tutto il Game of Thrones dei Fask dove tu ti allei con uno, l’altro ti tradisce alle spalle…e si va avanti fino a completare il pezzo.

Ad aprire Forse non è la felicità troviamo il brano Asteroide. C’è stato un evento particolare in questo periodo, simile ad un asteroide appunto, che vi ha portato a fare questa scelta per la tracklist?
Abbiamo sempre iniziato i dischi in maniera graduale, come se fosse un invito all’ascolto. Con un intro, ecco. In realtà questo disco è bipolare, è un po’ matto. Tutti gli altri avevano più o meno una struttura: dicevi la tua, facevi il tuo giretto e te ne andavi. Questo è un pochino più eterogeneo perché è venuto fuori in più tempo. Noi di solito parliamo dei nostri problemini del cazzo, quindi una cosa che inizi in un momento, a distanza di un anno magari è completamente diversa da come era partita. Esattamente come nella vita, un giorno parlo con te, il giorno dopo parlo con un altro, mi arrivano certe cose, ne penso delle altre… Figuriamoci in un anno quante cose succedono. Perciò da questo punto di vista l’ultimo disco si differenzia dagli altri perché meno incentrato su una sola tematica ma rimane il concetto della “entry song” ed Asteroide è questo. Dai poi ha quello space intro (imita suoni spaziali). Ripensando, in effetti, al testo si parla di cambiamento, che è uno dei temi del disco. Perché di questo si parla: di scelte, di situazioni che vivi. Si, ci sta come tema di apertura.

Un altro aspetto che emerge molto è quello del tempo, a partire da canzoni come Tenera Età, Giovane, 11 giugno.
Ci sentiamo vecchi. È tutto fango intorno a noi. Ci stiamo incartapecorendo giorno dopo giorno. Tempo che bussa, che ticchetta come un picchio sulle nostre teste. A parte gli scherzi, sicuramente è una tematica che è molto presente, se non la principale, assieme a un’analisi della natura e del rapporto con l’intorno

E in che termini percepite il tempo nella quotidianità?
Se c’è una situazione incerta e intangibile è la nostra: gente che passa la vita in furgone basando la propria esistenza su quello che produce. Oggi ci siamo, domani magari siamo quella pozzetta d’acqua laggiù. Da questo punto di vista ogni istante che viviamo lo vediamo in termini di un tempo che va avanti e del quale abbiamo in parte paura, ma non vogliamo perderne il ricordo. Parlare del tempo è un po’ come parlare di se stessi, è fare la cronistoria del proprio percorso.

A proposito di tempo, vado un pochino indietro. Avete intitolato il vostro secondo album Hybris. Quando l’ho visto, il mio spirito umanista e da ex studentessa classica si è riacceso! È la parola greca che indica il sentimento umano della tracotanza, della sfida agli dèi.
Ecco, ora ti deluderemo tantissimo! Cioè sì, è come hai detto tu, ma il motivo iniziale è molto più stupido. Tutto è nato durante la registrazione dell’album, che poi avviene ogni volta nella stessa modalità: ci chiudiamo in questa casa, uno cucina, un altro registra la voce, uno la chitarra, tipo comune fricchettona no? E si va avanti così per 20, 30 giorni. In questa casa giochiamo sempre con un gioco della Playstation che si chiama Crash Team Racing. Devi sapere che Alessandro è il più forte di tutti, è un campioncino e, a un certo punto ha iniziato a peccare di hybris, ci sfidava cioè prendendo i personaggi più deboli e vincendo comunque. Era lui l’unico che conosceva il significato del termine. In un attimo è diventato un tormentone, la ripetevamo in continuazione e nel tempo ci siamo resi conto che il significato era pure bello! Era in linea con tutti quello che stava accadendo. Hybris viene dopo un disco, Cavalli, che aveva completamente un altro atteggiamento ed è nato come raccolta di qualsiasi cosa avessimo prodotto fino a lì. Roba con Appino, con Favero del Teatro degli Orrori, un misto e non ci capivamo niente. Da lì poi abbiamo detto: “Basta, non ce ne frega un cazzo, non ce ne frega di nessuno, vogliamo fare le cose più epiche e pompose e vogliamo farle da soli.

Quindi avete davvero peccato di Hybris alla fine.
L’idea è quella della sfida, certo. Fa sorridere che il nome, per scherzo, girava tra di noi già da tempo, da un giochino della Playstation. Queste cose poi, alla fine, sono le più belle. Molti fanno un disco in cinque giorni, arrivano in studio super preparati. Noi non ci riusciamo, ci mettiamo sempre un sacco di tempo a registrare, cerchiamo di stare il più possibile nello studio. Queste cose che si creano in studio, queste situazioni, questi pensieri che vengono sulla musica mentre la fai sono le più preziose perché Hybris è veramente calzante. Tutt’ora se io penso al passaggio da Cavalli a Hybris c’è stata veramente tracotanza, passaggio, sfida agli déi. Il salto è avvenuto con quello sia a livello musicale che di composizione. Abbiamo capito che possiamo usare tutta la musica, non solo la chitarra. Quando capisci che c’è molta più musica di quella che immagini da poter prendere, rubare, ascoltare è tutta un’altra cosa. Da lì siamo riusciti a darci un ordine: anche la band inizialmente era random! Io suonavo la batteria, Alessio cantava. L’unico sempre normale è Alessandro alla chitarra”.

Quindi siete dei polistrumentisti?
No siamo solo gente che suona male tutto e si diverte! No non è vero! Però siamo un po’ autistici in questo. Se facciamo una cosa, la vogliamo fare bene. Anche se maneggiamo con cura il concetto di musicisti. Facciamo il nostro e vogliamo farlo bene. Tuttora a volte Alessio mi guarda e dice “Pigia qua!”. È più immediato. È il tasto 5. Scorro le posizioni sulla chitarra. La batteria era impostata sulla follia della posizione, del movimento giusto. Per me la chitarra è la stessa cosa: posizione uno, posizione due. Faccio un balletto!”

Potresti fondare un nuovo pensiero musicale e aprire una scuola.
Certo, sto aprendo le iscrizioni ragazzi. Lo chiamerò “Metodo Romizi”. Ma più che altro, speriamo che non piova stasera. La data di sabato a Desio è stato un casino. La gente alla fine era talmente bagnata che ci è venuto da tuffarci in mezzo. Facevamo schifo, ma è stato bellissimo. Questi concerti qua ti fanno riprendere la voglia di suonare, sono quelli sanguigni. Vedi il pubblico che sta lì sotto, prende la pioggia perché vuole ascoltare la tua musica. Mi fanno incazzare quelli che trovano un milione di scuse per suonare il meno possibile. È vero, la nostra è una vita che può stancare tra viaggi, spostamenti, chilometri ma poi quando suoni, suoni. Se non ti muove più quella roba lì, allora bisogna smettere subito.

Durante il tour di “Forse non è la felicità”, una frase che ripetete spesso è: “Finalmente da quest’anno possiamo dire di vivere di musica”. Che cosa significa vivere di musica e quali sono stati i cambiamenti all’interno della vostra quotidianità?
Innanzitutto la vita in tour. Non sei mai a casa. Abbiamo tutti un trolley sempre pronto, ormai facciamo una doppia vita, tipo nomadi. È cambiata proprio la percezione dei viaggi: prima un’ora e mezzo di strada sembrava un’infinità, adesso arrivare in Calabria non crea il minimo problema. Sei sempre pronto a partire al volo. È cambiato l’approccio di vita. Ora possiamo dedicarci completamente alla musica. La mattina ci alziamo, se c’è un pezzo da modificare, rivedere, risentire possiamo dedicare a queste attività tutto il tempo. Perché è un lavoro, sei un libero professionista. L’importante è che si prenda la musica come lavoro. Non cullarsi, quindi, sul fatto che sei l’artista e allora l’arte è fine a se stessa. Perché invece è un continuo lavoro su se stessi, su quello che produci, su come lo fai e ogni aspetto non può essere tralasciato: è un vero lavoro. Il fatto è che ora possiamo dedicarci completamente a questo. La vittoria per noi è questa.

Per l’ultima domanda voglio riprendere il titolo di una vostra canzone: “Come reagire al presente?”
Un buon modo per reagire al presente, per lo meno per gente che è appassionata di quello che fa e in questo caso la musica, è andarsene in sala prove, prendere un po’ di birra, tanti strumenti divertenti e stare lì il più possibile. Come reagire al presente l’abbiamo capito credo. Ora il problema è come reagire al futuro

La stessa sera eravamo in transenna ad assistere al concerto. La carica, la professionalità, l’energia, l’autenticità tramesse sono ormai un loro marchio di fabbrica. Il pubblico si accende insieme alle casse, alle luci, alle spie degli amplificatori. Aimone canta e la folla con lui. È la passione per la musica a vincere ogni volta. È il volere passare un grande messaggio di speranza, di coraggio, di libertà di esprimersi. È il loro ed il nostro modo di reagire al presente.

SETLIST
COPERTA
CALCI IN FACCIA
GIORNI DI GLORIA
TENERA ETÀ
IGNORANZA
ABETE
MONTANA
MARIA ANTONIETTA
TE LO PROMETTO
COME REAGIRE AL PRESENTE
IL MARE DAVANTI

ANNABELLE
A COSA CI SERVE
TROIA
FORSE NON È LA FELICITÀ

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