RECENSIONE: Jet Set Roger – Lovecraft Nel Polesine (Snowdonia Dischi, 2016)

Recensione di Gustavo Tagliaferri

Una voce fuori dal coro, ma neanche tanto. Una presenza che non è eccessivamente appariscente e che non costituisce neanche un’assenza, per fortuna. Zitto zitto, quatto quatto, un visionario. Non c’è probabilmente termine più consono attraverso il quale descrivere l’indole portante di un personaggio come Roger Rossini, o semplicemente Jet Set Roger, cuore londinese e bresciano al contempo, carriera caratterizzata da una ripetuta evoluzione nel tragitto iniziato con “La Vita Sociale”, continuato con “Great Lost Glam Rock Album” e “Piccoli Uomini Crescono” e giunto ad un buon punto grazie ad “In Compagnia Degli Umani” e soprattutto un repertorio che tende ad essere assai ambizioso senza tuttavia mai porsi troppo sopra le righe. Un’ambizione che evidentemente sembra raggiungere livelli ulteriormente elevati con questo “Lovecraft Nel Polesine”, per certi versi un concept album, ma forse tale da essere quasi una fanta-storia dominata dalla letteratura e dall’introspezione, come dimostra pienamente il fumetto presente nel booklet, il cui prologo e sviluppo, più che l’epilogo, prendono forma grazie ai dodici brani del lotto. Brani che a tal proposito dimostrano quanto la varietà del nostro sia assai lodevole e mai eccessiva, specchio di un artista che pur non divagandosi in sperimentazioni articolate si mantiene sempre lontano dal solito tran-tran, svolgendo il ruolo di pesce fuori d’acqua per quanto riguarda la moderna corrente d’autore, specie se l’ensemble portante comprende, oltre a musicisti fidati come Marco Franzoni e Beppe Facchetti, ospiti di tutto rispetto non solo per le passate esperienze che i più ricorderanno, ed è il caso di Davide Mahony e Giorgia Poli, già Pitch, Sepiatone e Scisma. La penna di Jet Set Roger in certi istanti si mantiene su un contesto pop-rock che dall’incisiva Grand Tour passa a celare espedienti non troppo distaccati dal Nick Cave nei momenti in cui la drammaticità lascia spazio alla serenità, secondo una maestosità che trova pace grazie a La fine del viaggio, fino a giungere a La ricorrenza, che passa da un crescendo catatonico ad una rilassata chiosa con evidenti tinte british, mentre in altri casi risulta particolarmente raffinata, come dimostrano Rovigo, che mescola un andamento jazz con un rock quasi cameristico, favorito dalla chitarra di Mahony che sembra andare di pari passo con un mellotron che non c’è ma che non tarderà ad emergere, ed Una buona idea, il Giorgio Gaber di stampo teatrale la cui leggerezza e profondità al contempo sono alla mercè di Rossini e vengono inserite in un contesto glam particolarmente concentrato, come da bridge, sull’introspezione, ed altrettanto glam è la linea su cui si adagiano anche Un fortuito incontro, con il suo pianoforte andante, passeggia dalle parti dello swing e sbeffeggia l’indole scanzonata a sua volta tipica di siparietti ludici à la Muppets, posando qua e là qualche marachella funky, e La burla, tra chitarre e sezione ritmica, con le sue liriche decadenti cela una cupezza a metà tra melodie 60’s ed espedienti da musical. Il resto del lotto ruota attorno al concetto di dicotomia, in primis caldo e freddo, un caso che si avvera a suon di coacervo di Hammond e mellotron da una parte e claps aggressivi e bassi fuzz dall’altra quando si fa avanti una cadenzata Giorni d’attesa, forse la composizione maggiormente poetica del lotto, con tanto di allegro andamento di banda in festa in conclusione, e secondariamente occasioni rappresentate dalla ballata Sonia, disavventure di una ragazza alle prese con l’avviluppante esperienza metropolitana con un arrangiamento celante in più circostanze felici richiami southern, dall’intimità classicheggiante, con evidenti richiami popolari, di Che cosa è stato, ma anche dal rock di cui sopra portato a compimento a mò di distorsioni e riverberi, quello della forsennata Qualcosa di importante, a sua volta tallonata dalle connotazioni disco-funk in chiave 70’s di E’ sempre festa. Appare evidente che siano molte le carte con cui gioca un lavoro come questo “Lovecraft Nel Polesine”, ma soprattutto ognuna di queste non costituisce mai un’occasione sprecata, semmai dimostra come Jet Set Roger con il tempo abbia sempre appianato qualcosa in più tanto da rendere la propria musica ancor più godibile. Un artista sottovalutato e certamente da scoprire, anche solo con un disco del genere.

Copertina ZografJet Set Roger – Lovecraft Nel Polesine
(Snowdonia Dischi, 2016)

1. Rovigo
2. Un fortuito incontro
3. Grand Tour
4. E’ sempre festa
5. Sonia
6. Una buona idea
7. La fine del viaggio
8. Giorni d’attesa
9. Qualcosa di importante
10. La ricorrenza
11. La burla
12. Che cosa è stato

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