LE PAROLE DEL LUNEDÌ: CAPITOLO 10 (Daniele – Parte II)

“SOTTO LO STESSO FRAGILE CIELO”

(Via delle Azalee n. 7)

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Daniele

SECONDA PARTE
(il pozzo di San Patrizio)

di Luigina Baschetti

Racconto 10.1

Forse per l’aura di sacro e di magico che accompagna le cavità profonde….

Giusy non c’era, peccato, Daniele aveva preparato una serie di domande intelligenti e plausibili per rendere credibile la sua visita.

La portinaia aveva avvisato Chiara che doveva farsi trovare in casa, perché un ispettore di polizia sarebbe venuto per interrogarla.

Dal pianerottolo si sentiva, forte e chiaro, il suono del pezzo che Chiara stava provando. Daniele suonò il campanello e attese. Niente da fare. Riprovò un paio di volte e poi si rese conto che, probabilmente, la musica copriva il suono del campanello e quindi cominciò a bussare sulla porta con il pugno chiuso. Per poco non la colpì quando lei improvvisamente aprì la porta.

Il corpo perfetto di Chiara era infilato dentro una t-shirt nera, abbastanza lunga da coprire il seno e abbastanza corta da lasciare scoperto l’ombelico, nella calzamaglia nera, nelle scarpe da danza nere. Per fortuna i capelli erano viola, così da spezzare un po’. Sul viso, dalla pelle chiarissima, risaltavano gli occhi, sottolineati da un pesante tratto di matita nera. Era sfrontatamente bella, in modo imbarazzante.

Racconto 10.2

Entra, ti aspettavo” disse Chiara “e chiudi la porta”.

Daniele era abituato a trattare con ragazzi che si comportano così, senza nessun riguardo per l’età, la classe sociale, il ruolo e l’istituzione che rappresentano. Molti lo fanno per provocare una reazione di disagio, per spiazzare l’interlocutore, così da avere una specie di vantaggio. Alcuni sono solo maleducati. “Vediamo a quale categoria appartiene questa” pensava Daniele.

Non ho molto tempo” disse Chiara mentre metteva in pausa la musica dal suo portatile “devo allenarmi, è molto importante per me. Ho avuto una parte in un musical che va in scena tra un mese”.

Daniele fece le domande, lei rispose. Chiara conosceva Antonelli solo di vista, le stava sul cazzo. La guardava sempre di traverso, con quella faccia disgustata, certamente per come si vestiva. E poi si lamentava con la portinaia per la musica. Mica veniva a dirglielo di persona, glielo faceva dire dalla portinaia! Quel vecchio porco.

Perché porco? Ti ha molestata?” chiese Daniele.

Così, aveva la faccia da porco, ma non mi ha mai infastidita, secondo me non ero il suo tipo” rispose lei.

Dov’eri ieri sera?”

C’erano le audizioni per un posto di ballerina. Eravamo 250 ragazze, c’è voluta tutta la notte. Ne hanno scelte 20. Sono rientrata questa mattina alle 6”.

E non hai dormito?”

Due ore. Non posso permettermi il lusso di dormire, stasera ho le prove. Mi hanno presa, ma se non vado bene ci mettono un cazzo di secondo a buttami fuori”.

Di che cosa vivi? Hai un lavoro?”

Faccio la cameriera in un bar il sabato e la domenica, quando gli altri riposano. Mangio poco e non devo pagare l’affitto perché la casa è di mia nonna, quello che guadagno mi basta. Abbiamo finito?”.

Abbiamo finito” rispose Daniele.

Chiudi la porta!!” gridò mentre Daniele usciva, sulle note di un brano sconosciuto.

Racconto 10.3

Mentre scendeva le scale per andare dalla portinaia, Daniele pensava che quel posto cominciava a dargli sui nervi. Gli sembrava di essere in fondo al pozzo di San Patrizio, un buco in cui butti risorse ed energie ma inutilmente, perché tanto non si riempie mai, dove chi sale non incontra chi scende e viceversa, una spirale che non portava da nessuna parte.

Diede uno sguardo al cellulare. Il suo assistente aveva notizie su Barbara Antonelli, la figlia del professore di cui nessuno sapeva l’esistenza. Barbara aveva assunto il cognome della madre, ora si chiamava Valeri e abitava a Venezia presso una zia.

L’appartamento di Wanda e Pietro Pettinari era attiguo e comunicante con la portineria dello stabile. Wanda preparò un caffè all’ispettore senza perdere d’occhio l’ingresso delle scale, che poteva vedere anche dalla sua cucina, se lasciava la porta aperta. Daniele e Wanda si sedettero in portineria e, mentre facevano entrambi la guardia alle scale, affrontarono diversi argomenti.

Wanda aveva visto un paio di volte quella signorina che veniva a trovare Luca. Bella ragazza, semplice, capelli scuri lunghi, legati dietro la nuca a coda di cavallo, non era riuscita a parlare con lei. Luca era un bravo ragazzo, educato e gentile, stava pochissimo in casa, lavorava molto, secondo lei. Negli ultimi tempi sembrava più felice, forse perché era innamorato.

Mi racconti di nuovo di quella sera in cantina”

Wanda sembrò turbata, là sotto era accaduta una cosa orribile e il pensiero che poteva succedere proprio quella sera, mentre lei era lì, la faceva stare male.

È normale” le disse Daniele, cercando di tranquillizzarla “ma è importante che lei provi a ricordare qualche altra cosa, una frase che non ci ha riferito, potrebbe aiutarci a risalire all’assassino. Dobbiamo trovare quella donna, ogni particolare può essere utile. Sicura che non l’abbia chiamata per nome?”.

Ero terrorizzata. Temevo si accorgessero di me. Pensavo solo a non farmi scoprire. Davvero non ricordo altro. Non mi pare di aver sentito un nome”.

Va bene signora Wanda, ora la lascio, però continui a pensarci e se le venisse in mente qualcosa mi chiami subito. Arrivederci. Grazie per il caffè”.

Sul pianerottolo, mentre stava per suonare alla porta di fronte, il suo cellulare squillò. Era il capo. “Simonetti, dove sei? Mi hanno detto che sei uscito, invece di lavorare al caso. Tra un’ora devi essere nel mio ufficio con qualcosa di concreto, chiaro?”. Daniele lo rassicurò, chiuse la comunicazione e lo mandò a fanculo.

Luca Messeri sembrava confuso. La sera prima Daniele aveva avuto l’impressione che nascondesse qualcosa ed ora voleva battere il ferro. Alle sue domande serrate Luca rispondeva a monosillabi “Si, no, non so, già, sarà così, forse”. Perché faceva il vago? Gli chiese a bruciapelo se la sua ex ragazza, poteva in qualche modo aver avuto contatti con la vittima. Bingo! Diventò rosso, poi viola e poi blu. Daniele pensò che stesse per avere un infarto.

Luca confessò che la sua ragazza lo aveva lasciato proprio il giorno dell’omicidio e che forse conosceva Antonelli, almeno era ciò che lui lo aveva pensato, ma non poteva esserne sicuro. Non lo aveva detto perché temeva di danneggiarla, avrebbe voluto prima parlarne con lei, ma era sparita. Gli fece sentire il messaggio vocale registrato sul suo cellulare.

Amore mio perdonami. Non so se potrò mai rivederti, spiegarti come sono andate le cose. E chissà se capiresti. Conoscerai una verità che è quella raccontata da altri, quella dei giornali, delle persone che credono di sapere tutto e che si sentiranno in diritto di giudicare, di condannare, senza sapere. Io stessa faccio fatica a credere che sia veramente accaduto ma io soltanto so perché è accaduto e non lo saprà mai nessun altro. Adesso so che nessuno può comprendere fino in fondo la natura umana e di cosa siano capaci le persone in certe circostanze. Di cosa io sono stata capace… Accadono cose che prescindono dalla nostra volontà, eventi imprevedibili che governano la nostra vita, il caso che decide per noi.

Se non ti mai avessi incontrato…o se tu avessi abitato altrove anziché lì, in via delle Azalee…”

Daniele non disse a Luca che la vittima aveva una figlia che si chiamava Barbara, come la sua ragazza. Chiamò il suo assistente e disse soltanto “Trova quella ragazza. SUBITO!”.

Racconti10.4

Prima di rientrare in Commissariato Daniele voleva sentire di nuovo Elisa, per togliersi il dubbio su quella frase che aveva detto la sera prima.

Elisa sarebbe rientrata alle 13, disse Wanda, di solito pranzava a casa e poi tornava al lavoro. Daniele decise che intanto avrebbe dato un’occhiata all’appartamento del prof. Antonelli, per vedere se trovava qualcosa di interessante, soprattutto alla luce di quella novità. Chi è che non tiene in casa qualche ricordo di un figlio? Si fece dare le chiavi da Wanda che però lo volle accompagnare per forza. Del resto lui non aveva un mandato, vero? “Vero” disse Daniele.

La casa l’aveva vista la sera prima, un appartamento senza alcuna personalità, con uno stile scontato e un arredamento un po’ malandato, tipico di un vedovo senza figli, almeno fino a quel momento. La scientifica aveva fotografato tutto e preso le impronte, senza trovare nulla di particolare da segnalare.

Daniele andò direttamente nello studio e rovistò nei cassetti della scrivania. Ce n’era uno chiuso a chiave ma la chiave era, ovviamente, nel portapenne, tutti tengono la chiave del cassetto segreto nel portapenne. Tutti quelli che non si aspettano di essere uccisi.

Nel cassetto, di riservato, c’erano il libretto degli assegni, qualche rivista porno, un opuscolo della Scuola Navale Militare di Venezia e una piccola chiave, tipo quella della cassetta della posta.

Daniele cercò in giro – nell’armadio, nei cassetti del comò, sotto il letto – qualcosa che si potesse aprire con quella chiave e alla fine, in bagno, dentro la scatola dei medicinali, trovò una cassettina di legno con serratura. La chiave fece il suo dovere e portò alla luce diverse lettere della sorella della defunta signora Marta Valeri coniugata Antonelli e alcune foto, di una bambina e di una ragazza che, verosimilmente, poteva essere la stessa bambina, qualche anno dopo. Il timbro postale era quello di Venezia.

Il battito del cuore di Daniele si fece accelerato, aveva una pista, era stato molto fortunato, in così poco tempo… forse troppo fortunato. Magari non significava niente, magari non c’entrava con il delitto. Avrebbe tenuto la cosa per sé fino alle dovute verifiche.

Ha trovato quello che cercava Ispettore?” Si era completamente dimenticato di Wanda, che non lo aveva mai perso di vista.

Forse, o forse no, vedremo”. Con il cellulare fece qualche scatto alle foto della ragazza, chiuse la scatola e la rimise al suo posto. “Grazie Wanda, possiamo andare. Le chiavi le tengo io”.

Elisa era appena rientrata dal lavoro. Quando Daniele le chiese di spiegare la sensazione che provava nei confronti del professore, che la sera prima aveva definito maligna, lei gli disse: “All’inizio pensavo che fosse un presagio di morte. Quando gli passavo accanto sentivo un brivido di freddo. Poi è stato sempre peggio, lo vedevo come una bestia immonda e sentivo un odore schifoso. Una volta ho chiesto a mio marito se lo sentiva anche lui e mi ha presa in giro, “È solo sudore, sei sempre esagerata”. Io non sapevo cosa fosse e tutt’ora non lo so, so solo che non era sudore e neanche odore di morte. La morte è un fatto naturale, anche quando è accidentale, un passaggio da uno stato all’altro. Io avverto questo cambiamento nelle persone, ma non mi fa paura, non più. Quella sensazione era una cosa diversa, brutta, disgustosa”.

Mentre tornava in Commissariato Daniele si chiedeva perché avesse perso del tempo con quella sciroccata, con tutto quello che aveva da fare.

Il telefono squillò, era il suo capo. Daniele aprì il cassettino della macchina e ci scaraventò dentro il cellulare accompagnandolo con un liberatorio “Che rottura di coglioni!”. Si sentì molto meglio, dopo.

Il suo assistente era un ragazzo sveglio. Si chiamava Antonio Savino, Tony per amici e colleghi. Tony sapeva che se il suo capo diceva SUBITO, questo significava PRIMA DI SUBITO, perciò si era dato da fare e aveva trovato la ragazza. Del resto non è che fosse Mata Hari, frequentava con ottimi risultati una prestigiosa scuola navale militare di Venezia ed era a Roma da tre mesi per frequentare un corso di formazione, presso il Ministero della Marina.

Per la durata del corso, 5 mesi, divideva l’affitto di un piccolo appartamento con una collega in via Giambattista Vico n. 15. La sua coinquilina gli aveva detto che non era rientrata la sera prima, ma non era preoccupata, aveva una specie di fidanzato qui a Roma. Che doveva fare, aspettarla sotto casa?

Il Commissario, l’Ispettore Capo e quei due deficienti di Tucci e Barbarano erano già da un pezzo della saletta delle riunioni, quella che Daniele definiva la macelleria, perché di solito si usciva da lì con il fegato a pezzi e la dignità fatta a straccetti.

Era tentato di tirare dritto davanti a quella porta e filare nella sua stanza, “senza passare dal VIA”, come nel gioco del Monopoli. Invece entrò, sopportò le urla dell’Ispettore capo, lo sguardo severo del Commissario e l’ironia dei due deficienti, poi parlò: “Ho trovato una ragazza, al momento latitante, che potrebbe essere la figlia della vittima oppure la giovane donna della cantina. Lasciatemi lavorare su questi elementi e domani vi porterò qualcosa”. Gli diedero 48 ore di tempo. A queste 48 ore Daniele doveva assolutamente sottrarre almeno 4 ore da dedicare a suo figlio, altrimenti sarebbero stati cazzi!

Andrea stava rientrando dal lavoro per la pausa pranzo quando Elisa lo intercettò sul pianerottolo di casa chiedendogli se poteva parlargli un momento. Veramente Paolo lo stava aspettando per pranzare, ma non era un problema, poteva entrare, avrebbero preso l’aperitivo insieme, sul terrazzo.

Elisa domandò ad entrambi se ricordavano quella volta che, mentre chiacchieravano da terrazzo a terrazzo, videro il professore che usciva correndo – a suo modo, con quella gamba – dall’ingresso posteriore del palazzo, quello delle cantine. Era agitato e si guardava attorno preoccupato. Si, i ragazzi lo ricordavano. Elisa, in quell’occasione aveva visto qualcosa, ma non sapeva se la visione riguardasse il passato o il futuro, qualcosa accaduto in cantina. “Con quello che è successo, il ricordo di quell’episodio adesso mi ossessiona. Devo sapere se voi, quel giorno, avete notato qualcosa di particolare. C’era una bambina laggiù, vicino a lui?” I ragazzi si guardarono e dissero che non c’era nessun altro.

Elisa se ne andò scusandosi per il disturbo e augurando loro buon pranzo.

Buon pranzo un corno”, disse Andrea appena furono soli “a me è passato l’appetito. Come si fa a mangiare pensando che dietro la porta accanto ci sta una che sente le cose che fai, quelle che hai fatto e quelle che farai?”.

Racconti10.5

Accompagnare Mirko agli allenamenti del pallone era stata un’ottima idea. Daniele guardava suo figlio giocare sul campo di calcio e pensava a tutte le cose belle che si era perso. La sua vitalità, in quel momento, era per Daniele una trasfusione di sangue, di energia, di ottimismo. Era felice di essere lì, ad incontrare il suo sguardo ogni volta che lui lo cercava. Voleva esserci nella sua vita e voleva dargli la certezza che gli sarebbe stato accanto sempre, a difenderlo se ce ne fosse stato bisogno, a sostenerlo nelle sue scelte, a condividere successi e insuccessi. Era felice, aveva spento il cellulare e lasciato tutto il resto del mondo fuori da quel campo.

Racconti10.6

All’ingresso del Commissariato una giovane donna chiese dell’Ispettore che si occupava dell’omicidio di via delle Azalee. L’ispettore non c’era, era fuori per servizio, l’affidarono al suo assistente. Tony non riconobbe nella ragazza elegantissima nel suo tubino nero, giacca tipo Chanel, calze chiare e scarpe basse, capelli lunghi legati a coda di cavallo sulla nuca, la signorina Barbara Antonelli alias Valeri che aveva visto in divisa in una foto di gruppo della scuola Navale Militare di Venezia. La fece accomodare nell’ufficio del dottor Simonetti che sarebbe arrivato a momenti, intanto poteva cominciare a dare le sue generalità.

Sono la figlia di Flavio Antonelli e ho ucciso mio padre…”

Ucciso… chi?!”

L’ho ucciso perché da bambina mi molestava e perché molestava altre bambine”

Tony restò con le mani a mezz’aria sulla tastiera del computer. Stavano cercando una figlia e una presunta assassina e ora veniva fuori che erano la stessa persona. Ed era qui, davanti a lui.

Stia ferma, non si muova di qui. Vado a prendere un registratore… per la deposizione. Non si muova, non tocchi niente e non telefoni a nessuno, anzi, mi consegni il cellulare, per favore”.

Appena fuori della porta, Tony si appoggiò alla parete per non cadere, tanta era l’emozione.

Chiamò subito il suo capo ma il telefono era irraggiungibile. Gli mandò un messaggio: “Vieni subito in ufficio, non puoi immaginare chi è qui!”

Racconti10.7

Fine seconda parte…

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