RECENSIONE: Petrina – Be Blind (Ala Bianca Records, 2016)

Recensione di Gustavo Tagliaferri

Un pianoforte, una chitarra, magari una tastiera? Non è obbligatorio portarsi sulle spalle un unico strumento quando si veste felicemente, per giunta dai tempi dell’esordio “In Doma”, il ruolo di polistrumentista, a sua volta un’arte che richiede una certa attenzione nel non risultare mai troppo prosaici e nel saper gestire un linguaggio che possa rendere distinguibili e non dare un’impressione di già sentito. Va ammirato non poco il coraggio di cui si è servita Debora Petrina, o semplicemente Petrina, tanto con l’album di cui sopra quanto con il successivo pubblicato a proprio nome, avendo lei pienamente compreso come ritagliarsi una parte di pubblico dando luogo ad un proprio stile, mai banale e fine a se stesso, ove magari a fungere come principale fonte di ispirazione può essere Kate Bush. Tuttavia, a tre anni di distanza, già dal profilo frammentato, quasi prossimo alla sparizione, che si stanzia in copertina, è più che evidente il cambio di registro adoperato dalla nostra: “Be Blind” non è solo il terzo disco in studio, ma sancisce l’inaugurazione di un’ulteriore svolta, compiuta attraverso dieci brani che paiono seguire una logica che vede le tante influenze presenti risultare interscambiabili rifuggendo al contempo da ogni rischio di fotocopia. Una partita di primo acchito ostica, eppure proprio per il suo essere intricata piena zeppa di soddisfazioni: vi è un io che espone la propria componente intima tracciando via via il ritratto di Wild Boar, ballata d’autore caratterizzata da molteplici sfaccettature, occasionalmente di natura dreamy, con tanto di chiosa onirica e cameo degli OoopopoiooO, atti ad umanizzare ulteriormente la figura dell’animale a suon di sospiri e muggiti, un’ottica a cui non si sottrae nemmeno The Loony, pur giocando stavolta il ruolo di soliloquio, un Giano bifronte ove Petrina si ritrova tra apparenti messe a nudo rappresentate da arrangiamenti ridotti all’osso e cupe e distorte marce funebri che si estendono gradualmente lungo il finale; ma di quella corrente d’autore vi è anche una variante più spinta, adoperata servendosi di una graditissima svolta di memoria P.J. Harvey, evidente in una November 10th nascosta da un effetto sorpresa, quelle pulsazioni introduttive simil-Kraftwerk 80’s, ed in una cadenzata e dai richiami interstellari (riverberi che introducono un possibile space-pop-rock?) Broken Embraces. Più ferreo e non meno coinvolgente è il resto del lotto, in cui si confondono voce ed elettronica, vedesi le soffici ed ovattate prestazioni in contrasto con altrettanto affascinanti fusioni tra glitch, industrial e qualche accenno di beatbox, ed è il caso di Paper Debris (What Remains Of Our Conversations), ed una Miles che, sorretta qua e là da un’aura di natura bjorkiana, lascia che a convivere siano due canali di lettura, l’uno a cavallo tra noise ed un electro-metal (!!!) in divenire, favorito per giunta dal basso di Federico Mistè, l’altro pregno di dolci dilatazioni di synth, e non meno prossime a distorsioni sono Supercharged Machine, che nel suo essere serrata non disdegna una certa corrente 90’s pur risultando particolarmente avvezza a dinamiche proto-kraut ed andamenti disco, e l’altrettanto feroce Frog Song, ossatura lo-fi, ritmo che occhieggia all’EBM, melodia ossessiva di caratura wave e parentesi per archi atta a svelare una componente maggiormente personale, fino al blues elettrificato e sferragliante che guadagna voce in capitolo grazie ad una I Like dall’incedere man mano sempre più distorto, un groove situato in antitesi alla sua concezione basilare ed ordinaria, tuttavia presente nel momento in cui non ci si astiene dal desiderio di fare un tuffo nel beat, come si evince dalla variopinta The War You Don’t See, in cui si passa in maniera indolore nuovamente da quelle dinamiche rock stavolta ulteriormente meccaniche, specie se sapientemente maneggiate da Mirko Di Cataldo, ad un refrain tendente al trip hop. Se in Italia si dovesse in qualche modo compiere una sintesi del concetto di musica caleidoscopica, a giudicare dal risultato generale è chiaro come Petrina non possa affatto risultarne assente: “Be Blind” è sinonimo di una cecità che, come da titolo, una volta scavata a fondo apre nuovi occhi verso universi variegati, lontani da cliché e vogliosi di essere goduti fino in fondo. Forse non un lavoro per tutti, ma per molti di certo.

petrina2Petrina – Be Blind
(2016, Ala Bianca Records)

1. November 10th
2. Wild Boar
3. Supercharged Machine
4. Paper Debris (What Remains Of Our Conversations)
5. Miles
6. I Like
7. Frog Song
8. Broken Embraces
9. The War You Don’t See
10. The Loony

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