LIVE REPORT: Motta @ Lo Sferisterio [Macerata] – 30/08/2018

Live report di Laura Faccenda

Photo report di Charlie Ottaviani (Nonsoche.it)

Chiunque creda in quella “religione” che si chiama musica sa che alcuni concerti, album, brani non arrivano mai a toccare le nostre esistenze casualmente. Me ne sono convinta ancora di più giovedì 30 agosto, durante una mite sera di fine estate. In testa milione di domande, nel cuore un po’ di inquietudine e in mano il biglietto per il live di Francesco Motta, in arte Motta, allo Sferisterio di Macerata. Biglietto acquistato soltanto poche ore prima, per un evento che, in realtà, era segnato da tempo sul calendario. Si sa, però, che in estate i giorni corrono e se non fosse stato per uno scambio di messaggi con la mia amica Chiara – “Là, domani vado a vedere Motta” – “Ok, vengo anche io” – mi sarei persa una serata magica. Per tanti motivi. Innanzitutto, il luogo. Lo Sferisterio è il secondo teatro all’aperto d’Italia, dopo l’Arena di Verona. È uno di quei templi dell’arte, della cultura e della musica in cui si respira solennità. Gli archi illuminati, l’abbraccio concentrico delle mura a racchiudere la platea.

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Tale spettacolo davanti a me, appena entrata. E la curiosità di come sarebbe stato assistere a quel concerto da seduta: settore rosso, posto 10, fila 15. Il mio posto nel mondo, quella sera. Dopo l’opening act affidato all’artista romana B. puntato, il cambio palco minuzioso e prolungato aumenta il senso di attesa. “Dai Francè, quando esci?” – si chiede il mio vicino. Si spengono le luci, macchine del fumo attive. Esce la band: Federico Camici al basso, Simone Padovani alle percussioni, Cesare Petulicchio alla batteria, Leonardo Milani alle tastiere e ai cori (…e alle domande e alle risposte, si aggiungerà più tardi), Giorgio Maria Condemi alle chitarre. Un mix di suoni viscerali, psichedelici, quasi tribali accoglie Motta che appare sul palco nel suo inconfondibile stile: maglia, jeans e scarponcini neri, capelli a coprire il volto e via, con l’attacco di Ed è quasi come essere felice, la canzone con cui si apre anche Vivere o morire, il nuovo album pubblicato lo scorso aprile. “Buonasera a tutti. È stupendo qui. Non sono un fricchettone ma sento davvero delle belle cose”. Saluta così Francesco, spalancando un canale comunicativo di note e racconti tra lui e noi. Spesso, infatti, i brani sono accompagnati da brevi introduzioni a tema: “I vent’anni sono finiti e non so se sono arrivato ai trenta bene o male. Ma sono convinto che devo tutto quello che sono alla mia famiglia”. La famiglia in questione è la sua band che presenta e presenterà ripetutamente durante il corso della serata. Una coesione che arriva dritta al cuore di chi ascolta. A questo punto, non poteva che esserci in scaletta Quello che siamo diventati, seguita da Vivere o morire e Chissà dove sarai. Il filo conduttore è quello che unisce quotidianità, cambiamenti, prese di coscienza, scelte. La fine di una storia e l’inizio di un’altra. Un modo di raccontare sincero, essenziale, in cui è impossibile non rivedere alcune scene relative alle proprie esperienze, non ritrovare qualcosa di se stessi, non sorridere e non farsi scappare una lacrima. “Mi dicono sempre che le mie canzoni sono tristi ma non è così. Nei testi c’è la verità, c’è quello che mi succede. Perché così riesci a stare bene. La musica deve aiutare, deve far stare bene”. Un messaggio che passa attraverso ogni accordo di chitarra, ad ogni corsa da un estremo all’altro del palco, ad ogni sguardo di intesa con i suoi (formidabili, c’è da dirlo!) musicisti.

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Quant’è bello poi invecchiare con le canzoni?” – Motta lo chiede direttamente al pubblico che invita, poi, ad alzarsi e a raggiungere le prime file, perché bellissimo lo spettacolo di vedere tutti seduti, ma vuoi mettere ballare, muoversi, scuotere la testa a ritmo, proprio da lì sotto? Siamo tutti in piedi ora, vicinissimi.
“…Che poi diventando più grande” – prosegue – “Ho perso anche la voglia di fare stage diving. Non posso buttarmi così sulla folla, non ho il fisico. L’ultima volta che ci ho provato, mi sono rotto un tallone. Dai, Nick Cave, De Gregori mica fanno stage diving”. Nulla vieta, però, di dedicare tutta una sezione centrale ai pezzi più energici, tirati, di massima resa in elettrico. Prima o poi ci passerà, Del tempo che passa la felicità, Prenditi quello che vuoi. Un’esplosione. L’artista si lascia andare, impugna le bacchette, suona i suoi inseparabili tamburi. Sale sulla batteria, di spalle alla platea, alza le braccia e si ferma, immobile, in una figura simile ad un novello Eric Draven. Ma a cadere all’impazzata non è la pioggia, è la musica. Riabbracciata la chitarra acustica, l’atmosfera si ricalibra sull’intimità. Accompagnato soltanto da Condemi e Padovani, Motta scende verso i fan e intona, senza microfono, nella perfetta acustica dello Sferisterio, Abbiamo vinto un’altra guerra. La forza della voce, la delicatezza delle corde sfiorate. Un momento in cui tutto si è fermato. Le lacrime che scorrono e quel “fragile è una colpa, è una ferita aperta” che mi ha attraversato l’anima. È la volta di Sei bella davvero, brano con cui il cantautore livornese ha vinto la Targa Tenco come Miglior Opera Prima. “Si parla spesso di politica e, politicamente, per quello che conta oggi, nonostante chi ci rappresenta, io sono di sinistra. Lo devo ai miei genitori, a come sono cresciuto. E si parla di diversità che deve essere accettata. Se qui c’è qualcuno che non la pensa così…beh, siamo tanti no? Sei bella così è dedicata ad una donna transgender. Non si capisce dal testo, non si deve capire”. Parte così il rush finale: tutti ballano, cantano… anche la bambina di tre o quattro anni al massimo, sulle spalle di suo padre, dietro di me. Uno scambio tangibile di emozioni su e giù dal palco, tanto che Motta confessa di aver pensato di tagliare qualcosa dalla scaletta ma di aver cambiato idea. La farà per intero perché “è stupendo e un grande onore suonare qui stasera!”. La nostra ultima canzone non è, quindi, l’ultima canzone. “Mi dite sempre che non vengo nelle Marche. Ci sono venuto un sacco di volte in realtà in dieci anni. Magari eravate voi a non esserci.” – ride – “Non immaginate i chilometri, i Camogli mangiati in autogrill. A questo punto credo che farò quel brano che mi ha chiesto prima qualcuno. È della band con cui è iniziato tutto, i Criminal Jokers. E se questa canzone non la canto io, è probabile che nel mondo non la canti più nessuno. Si chiama Fango”. Sembra terminare così, il concerto dello Sferisterio. È inevitabile sperare in un altro brano, lo chiediamo tutti. E allora Motta decide di uscire di nuovo con la sua chitarra ed eseguire la toccante dedica al padre con cui si chiude anche il disco, Mi parli di te. Un fotogramma preciso, in cui mi sono rivista, in cui mi sono emozionata. Due persone sedute ad un tavolino, una di fronte all’altra, nel tentativo mai vano di apertura, di condivisione. Perché non è mai troppo tardi per trasformare un “senza” in un “insieme”.

Setlist

Ed è quasi come essere felice
La fine dei vent’anni
Quello che siamo diventati
Vivere o morire
Chissà dove sarai
La prima volta
Per amore e basta
Prima o poi ci passerà
Del tempo che passa la felicità
E poi ci pensi un po’
Prenditi quello che vuoi
Roma stasera
Se continuiamo a correre
Abbiamo vinto un’altra guerra
Sei bella davvero
La nostra ultima canzone
Fango
Mi parli di te

MOTTA Ultima

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