LE INTERVISTE DI JUST KIDS SOCIETY: PAOLO GERSON

Intervista di Gianluca Clerici

Quando il punk ci riporta a quegli anni adolescenziali di rivolta e di resistenza. Loro erano i Gerson e ora, a portar alta la bandiera di un certo modo di concepire la musica, c’è solo lui, il front man, Paolo Gerson che da solista fa il suo esordio con questo disco dal titolo “Le ultime dal suolo in alta fedeltà”. Dopo quattro anni di silenzio, pubblicato da Maninalto Records arriva un disco che non ha filtri e fronzoli per mettere in scena il punto di vista sociale del musicista rock milanese. Scrittura potente sicuramente, scrittura anche autoironica e decisamente intelligente, in cui le liriche non lasciano scampo e inchiodano di verità assai fastidiose. Come non rivolgere a lui le consuete domande di Just Kids Socieyt:

Fare musica per lavoro o per se stessi. Tutti puntiamo il dito alle seconda ma poi tutti vorremmo che diventasse anche la prima. Secondo te qual è il confine che divide le due facce di questa medaglia?
Senza ombra di dubbio il genere che proponi, ma anche gli “appoggi” di cui disponi. O magari la voglia di mettesi in gioco , insomma non credo esista una ricetta per far diventare la musica un lavoro , so solo che è molto complicato e spesso la sola bravura non basta.
In cima a tutto metto’ costanza e perseveranza.

Crisi del disco e crisi culturale. A chi daresti la colpa? Al pubblico, al mercato, alle radio o ai magazine?
“Colpa”, che brutta parola. Semplicemente sono in tempi che cambiano, siamo noi a esser cambiati, noi e quelli dopo di noi che hanno gusti diversi. Certo, il mercato e le radio hanno “imposto” un certo trend, mettici pure i social e il gioco è fatto, alcuni generi musicali hanno più esposizione di altri.

Secondo te l’informazione insegue il pubblico oppure è l’informazione che cerca in qualche modo di educare il suo pubblico?
Qui devo rispondere salomonicamente. Credo che entrambi i casi siano plausibili.

Un primo disco firmato da Gerson solista che graffia la pelle ma lascia riflettere con un gusto quasi pop. In qualche modo si arrende al mercato oppure cerca altrove un senso? E dove?
No, niente di tutto questo. A dire il vero mi sorprende anche che il mio disco possa venire valutato come qualcosa che possa proporsi al mercato .
Non è stato concepito per questo è basta guardare i miei profili per rendersi conto che faccio quasi il contrario di ciò che andrebbe fatto per proporsi a un mercato.
Io ho sempre rappresentato una figura molto underground, certo con la mia precedente band riempivamo i club ma non si è mai andato oltre, anche per il genere che proponevamo. Ho cercato un altro senso, questo senza dubbio. E penso con questo disco di averlo trovato.

In poche parole…di getto anzi…la prima cosa che ti viene in mente: la vera grande difficoltà di questo mestiere?
Far capire a chi ti ascolta che cambiare non fa sempre rima con “scadere”.

E se avessi modo di risolvere questo problema, pensi che basti?
Sarebbe bello ma non ne ho l’assoluta certezza. Il pubblico è strano, ha cambiato orientamenti musicali, segue in parte, in grossa parte ciò che viene loro proposto ma è anche in grado di scovare qualche chicca.

Finito il concerto di Paolo Gerson: secondo te il fonico, per salutare il pubblico, che musica di sottofondo dovrebbe mandare?
Succede già con “My Way” di Frank Sinatra.

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