LE INTERVISTE DI JUS KIDS SOCIETY: VALENTINA GULLACE

Intervista di Gianluca Clerici

Esordio davvero interessante quello che ci arriva da un’artista che ha calcato la TV come i teatri e i musical ed ora, con padronanza artigiana, scende in campo da cantautrice raffinata, impreziosendo il suo appeal di Jazz con la splendida partecipazione di Fabrizio Bosso. Lei è Valentina Gullace e noi ascoltiamo questo primo lavoro dal titolo “La mia stanza segreta” cercando di non essere troppo severi e premiando invece con leggero incanto la prova di chi evidentemente non è affatto nuova a queste direzioni artistiche. Anzi… a Valentina Gullace le consuete domande di Just Kids Society:

valentina gullace COVER

Parlare di musica oggi è una vera impresa. Non ci sono più dischi, ascolto, cultura ed interesse. Almeno questa è la denuncia che arriva sempre da chi vive quotidianamente il mondo della cultura e dell’informazione. Che stia cambiando semplicemente un linguaggio che noi non riusciamo a codificare o che si stia perdendo davvero ogni cosa di valore in questo futuro che sta arrivando?
Non sono del tutto d’accordo. Esistono ancora diversi contesti nei quali la musica ha spazio e orecchie disposte ad ascoltare. Penso a festival come “Umbria Jazz”, che smuove grandi folle da tanti anni, penso ad una manifestazione come quella a cui ho appena partecipato: “Lucca Jazz Donna”, nella quale si dà spazio ai progetti di musiciste e cantautrici donne, appunto. C’è il festival “Roccella Jazz”, del quale, da calabrese doc, sono tanto orgogliosa perché ogni anno riceve moltissime presenze e ospita musicisti da tutto il mondo. Insomma, ci sono tante manifestazioni nelle quali la musica di qualità è direttamente proporzionale alle orecchie desiderose di ascoltare. Probabilmente questi eventi fanno meno rumore di certi “concertoni-contentori di un po’ di tutto” che poi vengono trasmessi sulle reti nazionali più importanti… ma personalmente sono molto positiva. Il fatto che i dischi non si vendano è un dato ormai assodato; l’aspetto importante per chi fa musica rimane sempre la dimensione del live, dove invece i cd ancora si vendono perché la gente desidera portare a casa le emozioni provate durante il concerto. Certamente non è tutto facile ed immediato, ammesso che lo sia mai stato, però secondo me non bisogna gettare la spugna. C’è tanta gente che non si accontenta di ciò che passa per radio e che desidera ascoltare musica diversa, fuori dagli schemi, perché non si sente rappresentata da ciò che è “alla moda”.

E se è vero che questa società del futuro sia priva di personalità o quanto meno tenda a sopprimere ogni tipo di differenza, allora questo disco in cosa cerca – se cerca – la sua personalità e in cosa cerca – se cerca – l’appartenenza al sistema?
Innanzi tutto questo disco non è nato, inizialmente, per essere pubblicato. Ho cominciato a scrivere le prime canzoni intorno ai 17 anni e l’ho sempre fatto solo per me stessa, senza immaginare un pubblico a cui rivolgermi, quasi come fossero pagine di un diario segreto in musica. Quando successivamente ho deciso di incidere un disco certamente mi sono posta il problema del pubblico al quale rivolgermi, a maggior ragione per il fatto che io sono nota soprattutto per i musical… e così ho subito capito che non mi sentivo perfettamente a mio agio in un contesto come la musica pop attuale, ma nello stesso tempo ho verificato che i jazzisti bollavano il mio progetto come “troppo pop” per essere ritenuto jazz. In fine i miei approcci verso l’ambito del cantautorato sono stati poco efficaci perché mi è stato detto che i miei brani sfuggono dalla classica “forma canzone” e quindi anche in questo caso sembra che il mio progetto non rientri perfettamente in una categoria definita. Che cosa cerco, dunque? A me interessa soprattutto la dimensione dei concerti, il contatto col pubblico, la possibilità di portare la mia musica in tante città diverse. Probabilmente non avrò mai accesso a manifestazioni “classiche” come Sanremo, ma non è stato mai un mio obiettivo. Nella vita mai dire mai, eppure questo primo disco doveva per forza essere così perché rappresenta ciò che sono adesso. Nel secondo disco mi porrò delle altre problematiche e forse giungerò a conclusioni differenti.

Fare musica per il pubblico o per se stessi? Chi sta inseguendo chi?
Ho sempre pensato che fare musica debba partire da una reale urgenza espressiva e da emozioni sincere e sono certa che poi tutto questo arriverà al pubblico e diventerà suo. Scrivere “per il pubblico” nel senso di costruire a tavolino un progetto per fini commerciali a mio avviso è qualcosa di poco onesto e molto macchinoso e non so se ne sarei capace. O almeno, questo è stato il mio approccio fino ad ora. È inevitabile, tuttavia, che quando si lavora ad un progetto discografico ci siano alcune regole da seguire, quanto meno di coerenza stilistica. Io sono al primo disco quindi ancora non posso prevedere come mi sentirò quando inizierò a lavorare al secondo… ma credo e spero di mantenere intatta la mia sincerità nel comporre i testi e nel creare la musica che li animerà.

E restando sul tema, tutti dicono che fare musica è un bisogno dell’anima. Tutti diranno che è necessario farlo per se stessi. Però poi tutti si accaniscono per portare a casa visibilità mediatica e poi pavoneggiarsi sui social. Ma quindi: quanto bisogno c’è di apparire e quanto invece di essere?
Posso parlare per me stessa… quando ho iniziato a comporre le mie canzoni non avevo alcun fine commerciale o di visibilità; in un secondo momento, presa la decisione di fare un disco, ho dovuto riflettere su come proporre la mia musica al mondo e ho iniziato ad usare i social con l’obiettivo di far conoscere il mio progetto. Avevo bisogno di un aiuto economico per produrre il disco e così ho fatto una raccolta fondi su Musicraiser; la necessità di trovare persone che volessero sostenermi per realizzarlo mi ha portata ad elaborare una strategia di comunicazione che aveva come obiettivo far sentire le persone parte di questo mio sogno. Ho scelto di essere molto trasparente e mi sono raccontata senza grosse sovrastrutture e fondamentalmente è quello che faccio quotidianamente sui miei social. Fare un disco e poi non promuoverlo non ha molto senso… a meno che questo disco non rappresenti solo un oggetto che si vuole tenere per sé. Dunque non condanno chi dice che fare musica è un bisogno dell’anima e poi è sui social… la cosa bella della musica è coinvolgere le persone, comunicare, creare delle meravigliose connessioni con chi ascolta. Ci sono ovviamente modi differenti di usare i social e la cosa importante è che ci sia coerenza fra il proprio stile nella musica, lo stile di comunicare e la propria personalità.

In questo disco si disegna con mano artigiana un delicatissimo Jazz a rivestire di operosa delicatezza una canzone d’autore dal linguaggio pop, semplice, acqua e sapone. Un’opera dell’arte e dell’ingegno, come questo disco, vuole somigliare alla vita di tutti i giorni oppure cerca un altro punto di vista a cui dedicarsi?
Mi piace tendere verso la bellezza, l’eleganza, la raffinatezza. Per questo ho scelto di essere vera ma ho voluto creare un vestito musicale che fosse bello secondo i miei canoni. Ho usato un linguaggio “da vita di tutti i giorni” ma l’ho inserito in un tessuto musicale che a volte porta in un’altra dimensione, molto poco reale. Eppure i miei brani assomigliano alla mia vita di tutti i giorni proprio perché sono nati dalla mia esperienza concreta, dalle riflessioni su temi che, credo, toccano tutti (le relazioni, i nostri reali desideri, le nostre paure…).

Parliamo di live, parliamo di concerti e di vita sul palco. Anche tutto questo sta scomparendo. Colpa dei media, del popolo che non ha più curiosità ed educazione oppure è colpa della tanta cattiva musica che non parla più alle persone o anzi le allontana?
Probabilmente vivo in un mondo tutto mio, perché a me non sembra affatto che i live stiano scomparendo. Basta solo informarsi e dappertutto ci sono molteplici occasioni per assistere a concerti preziosi, scoprire artisti nuovi, condividere emozioni meravigliose in musica. Sarà che sono un’ottimista, nonostante le mille difficoltà del fare questo mestiere in Italia, ma non vedo la situazione così nera. I gestori dei locali e gli organizzatori dei festival piangono spesso miseria, eppure io continuo a vedere programmazioni dense di appuntamenti di ogni tipologia. La cultura non è morta: c’è solo molta più scelta e bisogna scegliere bene…

E quindi, anche se credo sia inutile chiederlo ai diretti interessati, noi ci proviamo sempre: questo lavoro quanto incontra le persone e quanto invece se ne tiene a distanza?
Il nostro lavoro esiste grazie alle persone. Quando faccio uno spettacolo a teatro sono felice perché penso che per quelle due ore sto aiutando una persona a rilassarsi, a non pensare ai problemi di tutti i giorni… è uno dei motivi per i quali amo lavorare nei musical! Quando canto i miei brani tutto questo si amplifica maggiormente perché condivido un po’ della mia vita e delle mie emozioni reali e magari qualcuno che ascolta si riconoscerà nelle mie parole… è uno scambio di emozioni e di energia ed è qualcosa di inestimabile.

E per chiudere chiediamo sempre: finito il concerto di Valentina Gullace, il fonico che musica dovrebbe mandare per salutare il pubblico?
Joni Mitchell, l’album “Blue”: il mio preferito!

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