LE INTERVISTE DI JUST KIDS SOCIETY: ANTHONY

Intervista di Gianluca Clerici

Un disco di grande rock. Un disco che sembra provenire dall’America del grande ROCK. Un disco d’esordio firmato da Anthony Valentino, chitarrista, producer e arrangiatore che da anni milita nei circuiti “elettrici” di Milano e non solo. A questo disco dal titolo “Walking on Tomorrow” dobbiamo il ritorno di gusto della bella faccia di quel rock epico, notturno, di grandi metropoli cosmopolite. Un lavoro che certamente rimanda i nostalgici ai solchi dei dischi che hanno fatto la storia. A questo esordio rivolgiamo le consuete domande di Just Kids Society:

Parlare di musica oggi è una vera impresa. Non ci sono più dischi, ascolto, cultura ed interesse. Almeno questa è la denuncia che arriva sempre da chi vive quotidianamente il mondo della cultura e dell’informazione. Che stia cambiando semplicemente un linguaggio che noi non riusciamo a codificare o che si stia perdendo davvero ogni cosa di valore in questo futuro che sta arrivando?

È sicuramente cambiato l’approccio all’ascolto e tutto questo nel giro di pochi anni. Quando andavo alle scuole superiori, ad esempio, per me era rituale andare in  un qualsiasi negozio di dischi della mia città per comprarne uno e poi divorarmelo non appena tornato a casa. Quel momento di ascolto era un momento di totale isolamento dal mondo e di attenzione e concentrazione pura affinché potessi percepire l’emozione trasmessa da ciò che stavo ascoltando. Stiamo parlando solo di una quindicina di anni fa eppure le cose sono notevolmente cambiate oggi in linea generale (l’ascolto di un cd rimane per molti un momento importantissimo tutt’oggi), poiché è cambiata la dinamica dell’ascolto e gli strumenti per farlo. Bisogna tuttavia adattarsi ai tempi pur non perdendo ed anzi difendendo ciò che per molti di noi rappresenta un vero momento di culto, ovvero l’acquisto e l’ascolto di un disco. Credo quindi che stia sempre a noi dare il giusto valore alle cose, rispettando i nostri principi e le nostre abitudini.

E se è vero che questa società del futuro sia priva di personalità o quanto meno tenda a sopprimere ogni tipo di differenza, allora questo disco in cosa cerca – se cerca – la sua personalità e in cosa cerca – se cerca – l’appartenenza al sistema?

Credo che la personalità di un progetto artistico di qualsiasi natura sia sempre direttamente proporzionale alle genuinità ed autenticità delle emozioni che si vogliono descrivere. Ho deciso di fare un disco solista perché sentivo l’urgenza di raccontarmi senza filtri e senza influenze esterne; descrivo la mia vita, le mie emozioni, i miei stati d’animo, i miei sogni, i miei desideri e la mia visione del mondo, mantenendo, da un punto di vista sonoro, quelle caratteristiche che hanno profondamente influenzato il mio modo di comporre, scrivere e suonare; questo senza pensare o pormi troppi limiti di genere e di sonorità, ben consapevole che tutto questo non si concilia con la richiesta mainstream che tanto sta popolando la scena musicale oggi. Non ho avuto, però, alcun tipo di dubbio nell’andare in questa direzione in quanto la mia anima mi portava su queste atmosfere e sonorità. Credo che questa sia la personalità del disco, ovvero la scelta di istinto, di cuore. Il sistema musicale è da sempre complesso ed articolato, l’appartenenza al sistema è quindi secondo me legata al tipo di percezione che l’ascoltatore può avere rispetto al mio “Walking On Tomorrow”.

Fare musica per il pubblico o per se stessi? Chi sta inseguendo chi?

Più che un inseguirsi credo sia un incontro di anime talvolta casuale che unisce un pubblico ad un musicista. Certamente la musica nasce, almeno nel mio caso, da una urgenza comunicativa che riesco a soddisfare scrivendo, componendo e suonando; dopo di che se queste emozioni vengono percepite e magari condivise da chi ascolta, ecco che si innesca un meccanismo di connessione artistica ed emotiva. Questo per un musicista è una delle esperienze più belle che possano capitare. 

E restando sul tema, tutti dicono che fare musica è un bisogno dell’anima. Tutti diranno che è necessario farlo per se stessi. Però poi tutti si accaniscono per portare a casa visibilità mediatica e poi pavoneggiarsi sui social. Ma quindi: quanto bisogno c’è di apparire e quanto invece di essere?

Anche riguardo l’argomento social, dipende sempre dall’uso e dai contenuti che si decide di proporre al proprio pubblico. Credo che sia bella la condivisione di interviste, recensioni e fotografie di concerti, perché comunque racconti e condividi un passaggio legato sempre al mondo artistico e quindi all’aspetto emotivo di ciò che vuoi condividere, affinché venga colto il senso del messaggio della tua musica. Mi rendo conto che può esistere, in altri casi,  un fine diverso rispetto a quello emotivo in ambito musicale ma, io personalmente non avrei mai pubblicato un album Hard Rock, con sonorità decisamente crude e ben lontane dai canoni che l’industria musicale odierna propone, se avessi voluto esplorare strade diverse da quelle che l’autenticità e la genuinità del Rock & Roll ci ha da sempre indicato.

Un bel disco di grande rock americano. Un lavoro fuori dal tempo che piuttosto guarda al passato invece che confrontarsi con il futuro. Un’opera dell’arte e dell’ingegno, come questo disco, vuole somigliare alla vita di tutti i giorni oppure cerca un altro punto di vista a cui dedicarsi?

Credo che tutti noi siamo il frutto delle esperienze che abbiamo vissuto e, per arrivare a vivere ciò che siamo oggi, ci basiamo sulle gioie ed i dolori della vita di tutti i giorni. Io sono una persona con un forte senso del presente ed è quello che ho voluto esprimere anche con il titolo dell’album, in quanto sono sempre stato convinto che se costruisco bene oggi, mi ritroverò un domani migliore. Il concetto di costruzione è sempre stato fondamentale e la costruzione è qualcosa che si può realizzare solo nel presente ma, sempre, con un occhio che guarda avanti. Anche nella copertina del mio album ho cercato di portare questa idea. La città decadente e la strada deserta rappresentano le insidie della vita di tutti i giorni nonché l’introspezione di un viaggio che in fondo dobbiamo affrontare da soli per conoscere ed affrontare le nostre paure più intime; ma, in fondo alla strada, c’è questa meravigliosa luce di speranza, che indica il “domani” migliore che si prospetta all’orizzonte. Nel mio modo di vivere e di vedere la vita  quel domani migliore può arrivare solo se si è costanti e determinati nella costruzione del presente. 

Parliamo di live, parliamo di concerti e di vita sul palco. Anche tutto questo sta scomparendo. Colpa dei media, del popolo che non ha più curiosità ed educazione oppure è colpa della tanta cattiva musica che non parla più alle persone o anzi le allontana?

Sicuramente noi per cultura, rispetto ad altri paesi, abbiamo la tendenza, purtroppo, ad interagire di meno con band che portano i propri inediti nei locali. In senso più generico c’è da dire che da parte di molti locali c’è più attenzione nei confronti di cover band. Sia ben chiaro, io non ho nulla contro le cover band, figuriamoci, ne ho fatto parte per tanti anni ma ricordo che qualche anno fa c’era molto più spazio per tutti; oggi la tendenza è decisamente cambiata, anche perché molti locali hanno chiuso nel corso degli ultimi anni o hanno cambiato la propria programmazione ed il target al quale si rivolgono. Ricordo, ad esempio, che, fino a qualche anno fa, era molto più semplice trovare quattro o cinque band che si alternassero sul palco, proponendo generi totalmente diversi gli uni dagli altri, passando , ad esempio, da cover ad inediti. Questo per me era molto bello, perché questa varietà, circoscritta in una sola serata, ti consentiva di interagire e captare sensazioni totalmente diverse tra di loro. Negli ultimi anni purtroppo c’è stato un notevole calo della vita sul palco, specialmente per quanto riguarda inediti Rock e Metal. Non so di chi sia la colpa, ammesso che ci siano colpevoli, ma, di sicuro, da musicista che suona da diversi anni mi sento di segnalare questa tendenza. 

E quindi, anche se credo sia inutile chiederlo ai diretti interessati, noi ci proviamo sempre: questo lavoro quanto incontra le persone e quanto invece se ne tiene a distanza?

“Walking On Tomorrow”, essendo un album in cui racconto me stesso e le mie esperienze, va sicuramente nella direzione della condivisione di tali esperienze con altre persone, perché molto spesso ci si può trovare ad avere percorsi molto simili tra le persone ed è lì che, secondo me, nasce la connessione tra musicista ed ascoltatore. Per me è un’emozione quando qualcuno mi dice “Anthony questa cosa che racconti l’ho vissuta anche io”, perché rappresenta la condivisione di un sentimento che, in qualche modo, riesce a farci sentire anche meno soli. 

E per chiudere chiediamo sempre: finito il concerto di Anthony, il fonico che musica dovrebbe mandare per salutare il pubblico?

I Guns N’ Roses e le band Hard Rock degli anni settanta, ottanta e novanta sono sempre gradite. 

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