LE INTERVISTE DI JUST KIDS SOCIETY: DANIELE FORTUNATO

Intervista di Gianluca Clerici

Si torna a delicatissime origini di quella canzone d’autore che si sposava amabilmente con i suoni acustici di un jazz ricamato da antichi artigiani. Niente di presuntuoso, niente di ridondante… resteremo delusi se cercassimo in questo nuovo disco di Daniele Fortunato intitolato “Quel filo sottile” un inciso di grande efficienza mediatica, una soluzione che possa ritenersi di moda o una qualche scrittura melodica da codificare all’istante, per la memoria e per il main stream commerciale. Anche in questo siamo fin dentro la bella canzone d’autore, quella poco immediata per quanto le linee siano dolci e per niente in cerca di chissà quale distanza culturale tra il quotidiano e la poesia. Insomma, un disco popolare ma per niente scontato, ricercato nei suoni come nelle liriche a cui non potevamo evitare di rivolgere le consuete domande di Just Kids Society.

Parliamo di musica o di gossip? Oggi il mondo sembra più attento agli effetti di scena, da dare in pasto al giornalismo e alle tv più che ai contenuti degli artisti. Ecco la domanda: perché qualcosa arrivi al pubblico di questo presente meglio badare quindi alla scena o restare fedele ai contenuti?
Parliamo di musica! Lo spettacolo, lo studio del personaggio è un corollario decisivo solo quando l’artista ha una forza e una preparazione di altissimo livello. David Bowie, Freddie Mercury, Michael Jackson, prima di essere performer dal’impatto scenico travolgente erano artisti capaci di scrivere canzoni memorabili e possedevano vocalità uniche e fuori dal comune.

Guardiamo sempre al passato, alle radici, ai grandi classici per citare insegnamenti e condizionare le mode del futuro. Perché? Il presente non ha le carte per segnare una nuova via?
Lo sguardo al passato non è necessariamente nostalgico. Può essere come per la letteratura, un riferimento, uno studio applicato al proprio linguaggio per affrontare con più preparazione il mondo attuale. Credo che le possibilità, soprattutto per quanto concerne il pop siano state esplorate tutte, in termini di suoni e parole, e che la differenza la faccia la capacità di presentare a un pubblico grandi canzoni, che emozionino. Per cui il presente ha sempre buone carte da giocare se non rimane intrappolato nel trend, in format compositivi che generano cloni e brani simili tra loro.

Che poi di fronte alle tante trasgressioni che ci vengono vendute dalle televisioni, quante sono davvero innovative e quante sono figlie sconosciute e mascherate di quei classici anche “meno famosi” di cui parlavamo poco fa?
Creare trasgressioni, identità forti, vicende romanzate è probabilmente necessario per un certo tipo di pubblico. Ed è giusto che sia così. Poi l’individuo sceglie se seguire lo spettacolo o la discografia di un’artista (o entrambe). Quando ascoltavo da ragazzino in Guns’n’Roses ricordo che un certo tipo di gossip, provocazioni, esagerazioni erano decisamente all’ordine del giorno e parte dell’attrattiva. Ma se “November rain” o “Estranged” continuano ad essere per me evocative ed emotivamente segnanti significa che la canzoni hanno vinto, oltre lo star system del periodo o l’immagine dannata del rocker. Vedremo tra un po’ di anni, oltre le sovrastrutture create ad hoc sopra tanti progetti, quali canzoni resteranno.

Scendiamo nello specifico di questo disco, che cerca soluzioni intime e delicate, raffinate certamente dentro un sapore di jazz che riporta alle origini del suono, di quello suonato per davvero e non voluto dalle programmazioni. Anche la produzione ha cercato questa direzione o sbaglio? Dunque come può parlare al pubblico di oggi che sta continuamente con i telefonini in mano a cercare di identificarsi dentro suoni digitali di format discografici ciclicamente copiati e riproposti?
Ho inciso questo disco esattamente nello stesso modo in cui lo suono dal vivo e con l’approccio col quale mi sono “seduto” a scriverlo. Fortunatamente esiste sia un pubblico giovanile che uno più maturo che vibra in sincrono con sonorità acustiche e con un certo modo di cantare e raccontare. Bisogna essere totalmente autentici quando ci si espone, a costo di parlare ad un pubblico molto ristretto, che però è in grado di leggerti e di apprezzare il tuo lavoro.

Parliamo di cultura e di informazione. Siamo dentro un circo mediatico dalla forza assurda capace di fagocitare le piccole realtà, anzi direi tutte le realtà particolari di cui parlava Pasolini. La musica indipendente quindi che peso continua ad avere? Oppure viene lasciata libera di parlare tanto non troverà mai terreno fertile di attenzioni?
Dipende da cosa si intende per musica indipendente. Una produzione indipendente dalle major non è necessariamente più colta o alternativa al cosiddetto mainstream. E anche band o cantautori “indie” possono ritrovarsi a ricalcare dei cliché senza produrre cultura o messaggi innovativi. Proprio Pasolini riprese una frase di Italo Calvino: “si può accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più o cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.” È una scelta che vale sia per le piccole che per le grandi realtà.

Più in generale, la musica può tornare ad avere un peso sociale per la gente quotidiana?
La musica può continuare a smuovere coscienze così come lo ha fatto negli anni ’70. Quello che è importante è che l’autore viva intensamente la battaglia che vuole tradurre in forma canzone senza retorica o atteggiamenti da “guru”.

E restando sul tema delle trasformazioni: vinile, CD o canali digitali? Oggi in fondo anche la musica è gratis, basta un click… è segno del futuro o è il vero cuore della crisi? Che poi tutti condannano la gratuità però tutti vogliono finirci su Spotify…
Io li apprezzo tutti e tre, e li utilizzo indistintamente. Il vinile in casa, il cd in macchina, e i portali digitali quando ho solo il telefono a disposizione. Sono tre qualità completamente diverse e ne conosciamo tutti le differenze. Il fatto che tutti vogliano finire su Spotify è normale essendo il portale numero uno per lo streaming digitale, e non a caso altri colossi ne hanno imitato la formula. Lo streaming ha ormai soppiantato il download, e seppur irrisorio, il compenso per ascolti è una realtà, che ad alcuni artisti genera anche degli introiti. Lo streaming non è il punto cruciale della crisi, ma uno dei suoi adattamenti.

A chiudere, da sempre chiediamo ai nostri ospiti: finito il concerto di Daniele Fortunato, il fonico cosa dovrebbe mandare per salutare il pubblico?
“Per una lira” di Lucio Battisti.

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