LE INTERVISTE DI JUST KIDS SOCIETY: PIN CUSHION QUEEN

Intervista di Gianluca Cleri

Lo storico locale bolognese, il Locomotiv Club, diventa una label e sforna i primi due dischi anche in belle release in vinile colorato. Punto a capo: “Stories” è il nuovo disco dei Pin Cushion Queen e di base facciamo il giro del mondo sorvolandolo a debita distanza per non lasciarci contaminare da geografie, tradizioni e punti cardinali. Siamo dentro il post rock distopico che dona spazio ad un’ampia ricerca strumentale, sia anlogica che digitale… e tutto questo fa venir fame e non potevamo certamente esimerci dalle nostre consuete domande di Just Kids Society… e che bella l’intervista che segue!!!

Questa stagione di Just Kids Society vuol parlare di futuro. Una cosa incerta sotto tanti punti di vista. Parliamo del suono tanto per cominciare. Ormai i computer hanno invaso ogni cosa. Si tornerà a suonare la musica o si penserà sempre più a come comporla assemblando format pre-costituiti?

La composizione realizzata con strumenti digitali non è di per sé sinonimo di standardizzazione. È sicuramente diverso il processo, ma questo è vero per ogni strumento: se prendi in mano una chitarra componi in un modo del tutto differente rispetto a quando ti siedi al pianoforte. Il computer è uno strumento come un altro, ha le sue peculiarità che ti portano a prendere una direzione, certamente diversa rispetto a quella su cui ti porterebbe uno strumento tradizionale. Poi, dipende da cosa intendiamo per “format”. La musica scopiazzata, nel suono e nella composizione, c’è sempre stata anche negli ambiti più colti di quello che, per esempio, oggi chiamiamo musica classica: appena si impone all’attenzione una certa formula riconoscibile, una miriade di emulatori prendono la stessa strada. La “moda” funziona così. Vale lo stesso per la musica di oggi, che nasca davanti a un Pc o sia “suonata”: c’è chi segue le tendenze e chi lavora senza considerarle. Riguardo a quanto dobbiamo aspettarci in futuro, difficile dire se si smetterà del tutto di suonare nel senso tradizionale. La cosa importante da considerare è che l’arte in generale non è legata a questo aspetto ma alla società e alla cultura da cui deriva. Potrebbe anche darsi che tra qualche decennio in Occidente si smetta addirittura di pensare l’originalità come parte indispensabile nella definizione di arte, anche perché proprio in Europa si è affermato come elemento centrale “solo” tre secoli fa, prima non era contemplato. A quel punto non si farebbe più distinzione fra precostituito e non. Insomma il problema è complesso e non è certo il computer a determinarne i contorni.

Sempre più spesso il mondo digitale poi ha invaso anche la forma del disco. Ormai si parla di Ep, di singoli. Di opere one-shot dal tempo limitato. Qualcuno parla di jingle come forma del futuro. E dunque? Se da una parte c’è maggiore diffusione, dall’altra c’è maggiore facilità di produzione. Dunque… chiunque può fare un disco. Un bene o un male?
Che ci sia una maggiore facilità di produzione non è un male di per sé. Anzi, su due piedi forse si potrebbe dire che è meglio così. In un mondo ideale, chiunque dovrebbe avere la possibilità di esprimersi artisticamente e la maggiore diffusione sarebbe decretata esclusivamente dal pubblico. Certo, con una proposta così numerosa sarebbe impossibile, nel caso della musica, ascoltare tutto: ognuno riuscirebbe ad arrivare a una minuscola parte delle produzioni. Ma la vera distorsione sta nel mercato: chi ha i soldi per produrre e imporre all’attenzione le proprie uscite discografiche ha tutto l’interesse di rischiare il meno possibile. Di conseguenza, meglio puntare sugli aspetti che, calcoli alla mano, ti danno un certo margine di sicurezza per i guadagni. Risultato, siamo inondati di roba spacciata per musica in cui la musica è solo un contorno al vero quid dell’operazione: cioè la bella presenza, la storia “maledetta” o in qualche modo intrigante che si può raccontare del personaggio in primo piano, oppure i rimandi espliciti e inequivocabili a un qualche tipo di trend attuale, etc. In questo contesto, che i musicisti siano dieci, mille o un miliardo non importa, né importa se la forma sarà brevissima o si ritornerà all’opera ottocentesca: avrà diffusione il lavoro che rispetterà i requisiti di chi ha i soldi per promuovere il progetto. La buona notizia è che ci sarà sempre chi non avrà nessun interesse per le belle confezioni con il nulla dentro.

La pandemia ha ispirato e condizionato molta parte dell’arte di questo tempo. Ma sempre più spesso gli artisti inneggiano ad un ritorno a cose antiche, ataviche, quasi preistoriche come certe abitudini, come un certo modo analogico di fruire la musica. Insomma, ha senso pensare che nel futuro si torni a vivere come nel passato?

Ogni volta che si guarda al passato, più o meno remoto, lo si fa inevitabilmente con le lenti che il contesto sociale presente e la cultura in cui si è nati ci impongono. È impossibile il contrario. Quindi, no: non ha senso pensare che sia possibile tornare a vivere come nel passato. E questo vale ovviamente anche per la musica, che non si è mai ripetuta nello stesso modo anche quando cercava di riprendere nel modo filologicamente più fedele un qualche canone passato.

“Stories” sembra davvero un disco privo di mode, un lavoro denso di libertà stilistica che richiede un’esperienza più che un semplice ascolto. Dunque secondo voi come e quanto si gioca carte buone per dialogare con un pubblico sempre più soggetto ad automatismi rapidi e liquidi?
Per il discorso che si faceva prima sul mercato, siamo consapevoli che “Stories” è un disco con poche possibilità di imporsi, perché purtroppo sarà difficile essere notato, anche da quel pubblico attento e appassionato che cerca produzioni come la nostra. Gli album più belli per noi non funzionano come tappeto o sottofondo mentre si fa dell’altro, ma sono quelli che pretendono un’immersione profonda, la completa attenzione di chi ascolta. Fare musica di questo tipo richiede molto tempo e una dedizione monastica. Se il nostro obiettivo fosse il successo a tutti i costi allora avremmo dovuto fare scelte completamente diverse. Eppure, negli ultimi anni, ci sono esempi di musicisti che hanno ricevuto l’attenzione che meritavano (come Iosonouncane o C’mon Tigre) pur andando controcorrente, mettendo al centro la musica e non qualcos’altro. Sono pochissimi, un numero imbarazzante rispetto alle centinaia di gruppi talentuosi che abbiamo in Italia. Però ci sono, è già qualcosa.

Anche in questa stagione riproponiamo una domanda che sinceramente non passerà mai di moda anche se le statistiche un poco stanno dando ragione a tanti come noi. Parliamo tanto di lavoro ma alla fine vogliamo finire in un contenitore in cui la musica diviene gratuita. E Spotify è uno di questi. Non sembra un paradosso? Come lo si spiega?

Anche qui, è una legge di mercato: l’offerta, grazie alla maggiore facilità di produzione, è di gran lunga superiore alla domanda e quindi si svaluta fino al paradosso. Provate a pensare ai gestori dei live club che, da anni ormai, in pratica ti fanno un favore quando ti lasciano salire sul palco, tanto se non ti sta bene suonare gratuitamente (o quasi) c’è la fila dietro di te. Ovviamente le piattaforme come Spotify nascono da un fenomeno dovuto, come si diceva, alla diffusione permessa da internet. Ma una volta a farla da padrone erano le case discografiche, adesso sono queste piattaforme. Siamo sicuri che prima fosse meglio? Forse, la difficoltà che incontra la musica fatta per essere ascoltata è dovuta ad altri aspetti più profondi e ancora poco chiari, almeno per noi, della nostra cultura.

Siamo nel tempo dell’apparire. Come ci si convive? Si esiste solo se postiamo cose? E se non lo facessimo?

Ci si convive male, per noi è una fatica enorme ed è un’attività che detestiamo sinceramente. Ma non siamo esperti di marketing e, quindi, non sappiamo dire se esista effettivamente un’alternativa che permetta quella minima diffusione necessaria a non tenerci il disco nel cassetto. Si può dire però che chi ha già un certo seguito si permette spesso di usare poco e svogliatamente i propri canali social. Invidiabile.

A chiudere, da sempre chiediamo ai nostri ospiti: finito il concerto dei Pin Cushion Queen, il fonico cosa dovrebbe mandare per salutare il pubblico?

“Paper Hats” dei This Heat

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