LE PAROLE DEL LUNEDÌ: LA VITA È UNA RUOTA

Cari lettori, 
torno a voi dopo molto tempo, troppo.  Avevo tante idee in testa, e ognuna di esse poteva diventare lo spunto per un racconto o addirittura un romanzo, perché tutto intorno a noi, ogni cosa che accade, che vediamo, che ascoltiamo, nasconde una storia. Ma non trovavo la motivazione giusta per sedermi e cominciare a raccontarla. Ora so perché.
Avevo bisogno di un’emozione, una scossa, una spinta forte che riportasse a galla tutti i miei pensieri adagiati sul fondo del mare, in attesa. Ed è arrivata, la spinta, ed è stata un terremoto, una valanga di emozioni.
Quello che sta accadendo a tutti noi è qualcosa che non avrei mai immaginato. Aspettavo un segno ed è arrivato il finimondo. Bastava anche meno.
Perciò, cari lettori, mettetevi comodi, sono tornata.

di Luigina Baschetti

Mi lavo le mani col sapone, bene, per almeno 30 secondi, come hanno detto di fare. Guardo l’acqua scorrere mentre insapono, insapono, insapono, e poi risciacquo, a lungo. 

Guardo l’acqua che scorre e penso che mia madre avrebbe messo il tappo, per non sprecare l’acqua. L’ho sempre trovata una misura eccessiva e inutile, non c’era motivo di farlo perché non c’è mai stata carenza d’acqua a Roma, a memoria mia. 

Negli anni 50 nelle cucine c’erano due rubinetti, uno con l’acqua potabile – corrente, dicevamo noi – che veniva giù piano piano, un filo appena, bastava farla scorrere un po’ e veniva fresca, e poi c’era l’acqua dei cassoni, che usavamo per lavarci, per le pulizie  e per tutto il resto. I cassoni si trovavano sulla terrazza condominiale, vicino alle fontane. Quando mamma doveva fare il bucato mi portava con lei, per non lasciarmi sola in casa e per tenermi d’occhio, anche d’inverno. Mi metteva il cappotto, mi faceva portare la bambola, e andavamo in terrazza. Lei lavava lassù le lenzuola, le coperte, gli asciugamani, tutto ciò che era voluminoso e non poteva essere lavato e steso in casa, lavava con l’acqua fredda, che d’inverno era gelata. Io l’aiutavo a strizzare i panni reggendo uno dei due capi, che regolarmente mi sfuggiva di mano al momento di fare forza per arrotolare e stringere. Poi si stendeva il bucato sui fili di ferro, dopo averli puliti con uno straccio, naturalmente, altrimenti la ruggine avrebbe macchiato gli indumenti. Io le passavo i pezzi piccoli, mutande, fazzoletti, calzini, e le mollette di legno. Mi piaceva farlo, mi faceva sentire grande, mentre la mia bambola, seduta in un angolo, anche lei col cappottino, mi guardava. Mentre scendevamo le due rampe di scale che ci riportavano a casa non potevo fare a meno di notare che mia madre si sfregava le mani, che erano diventate di un bel colore rosso-porpora.

Sessant’anni fa non c’era motivo per non sprecare l’acqua, nessuno ci diceva che era una risorsa preziosa e che un giorno poteva finire, ma mia madre lo faceva lo stesso, per abitudine.

Al paese, dov’era nata e cresciuta, l’acqua proveniva da un acquedotto non sicuro ed era distribuita nelle case per poche ore al giorno perciò si andava a fare provvista alla fontana pubblica. L’approvvigionamento era compito delle ragazze che si armavano di anfore di terracotta e fiaschi e, quelle più brave, di grosse brocche di rame portate in equilibrio sulla testa. La sera, di solito poco prima del tramonto, c’era fila. Le ragazze erano contente perché per molte di loro, per quelle che non andavano a lavorare in campagna, era l’unica occasione per uscire e incontrare gente. C’erano anche molte bambine piccole come me che accompagnavano le sorelle più grandi, per controllare che non si mettessero a fare le stupide con i ragazzi e poi riferire alle mamme. Sembrava una festa, cantavano e parlavano tutte insieme, si raccontavano la giornata, facevano pettegolezzi, si schernivano, e trovavano comunque il modo di incontrare i ragazzi promettendo dolci alle sorelline purché stessero zitte. Era divertente.

Mi asciugo le mani e rifletto su questi ricordi, sul senso dei racconti e dei discorsi che mi faceva mia madre ogni volta che mi lamentavo per qualcosa che mi mancava. Cominciava a rivangare le storie di quando era piccola lei, di come si viveva allora, di come ci si accontentava di un solo paio di scarpe, di un cappotto rivoltato due volte, di un rotolo di fichi secchi come regalo di Natale. Ed era festa comunque.

Ricordo che mi spazientivo e spesso le rispondevo in malo modo, dicendole che avrebbe dovuto essere felice che le sue figlie non avevano dovuto patire le miserie cui era stata costretta lei invece di rattristarmi inutilmente con quelle storie, e che per fortuna le cose erano cambiate. 

Litigi e battibecchi tra madre e figli, come ce ne sono ancora oggi, che caratterizzano da sempre lo scontro generazionale, dove i figli innalzano la loro bandiera progressista e illuminata sventolandola davanti allo spettro del “come era stato prima”, perché “prima” le cose erano diverse soprattutto per ignoranza e non si potevano fare paragoni. Il che in parte è vero. 

L’accusavo di essere retrograda, di non saper stare al passo con i tempi, di non capire le esigenze dei giovani e soprattutto le mie.

Ed era questo il momento in cui mia madre diceva: sta’ tranquilla, te ne accorgerai, tanto… la vita è una ruota.

Io pensavo che volesse dire: “toccherà anche a te, prima o poi, di battagliare con un figlio e vedremo se sarai più brava di me!”, ma allora non sapevo che c’era molto di più in quelle parole, non sapevo che la “ruota” è il cerchio della vita, è il simbolo del principio da cui tutto trae origine e cui tutto ritorna.

Sono sette giorni che non esco di casa e non faccio la spesa, ma non è un problema. Il frigo è ancora pieno delle cose comprate sette giorni fa, la dispensa ricolma di cibi in scatola che se non mi sbrigo a consumare tra un po’ scadono, in casa c’è tanta di quella roba comprata così, tanto per averla.

Ma se non avessi avuto il frigorifero? Se non ci fosse stato un supermercato dove comprare scatolame, farina, zucchero, pasta, biscotti, acqua minerale, vino, frutta, verdure, detersivi, carta igienica, lampadine, calze, tintura per i capelli … e tutto il resto?

E questo mi riporta a mia madre: ora Io so perché mia madre risparmiava l’acqua, e anche tutto il resto. 

Era nata subito dopo la prima guerra mondiale, – la chiamano la ”grande  guerra” perché non c’era mai stata prima una guerra così, perché aveva coinvolto tanti Stati, perché aveva fatto tanti morti – ed era cresciuta orfana di padre e con mille privazioni, del resto come tanti altri in quegli anni. E poi le toccò affrontare anche la seconda guerra mondiale e aveva poco più di vent’anni, si sposò durante una licenza di mio padre e mise al mondo mia sorella durante un bombardamento. Nella campagna vicino al nostro paese era stato allestito un campo militare tedesco e molti soldati giravano per il paese cercando generi di prima necessità. Qualcuno cercava pure rogna. Facevano paura, non si capiva quello che dicevano, avevano quel tono duro nel modo di parlare che faceva venire la pelle d’oca. Quando chiedevano qualcosa, anche se in italiano, la gente non rispondeva, per paura di aver capito male, di dare una risposta inesatta, inadeguata, provocando reazioni imprevedibili e magari violente.

Per questo mia madre restava in casa, non usciva quasi mai, neanche per fare la spesa, e si faceva bastare quello che aveva. Le uova, grazie a Dio, non mancavano, finché campavano le tre galline rimaste, i conigli figliavano sempre e si accontentavano di un po’ d’erba secca, l’orto dietro casa forniva, a seconda delle stagioni, patate, carote, insalata, broccoli, pomodori, carciofi, fagiolini, zucchine. In cambio di qualche sacco di farina che mio padre riceveva come compenso facendo il facchino al Consorzio Agrario del paese, zio Checco, quando ammazzava il maiale, divideva con la mia famiglia salsicce e pancetta, che duravano per un po’. I prosciutti venivano tenuti da parte perché potevano diventare una merce di scambio preziosa. E poi c’era sempre la campagna, che dava gratis asparagi, funghi e cicoria a gogò.

Forse per questo motivo mamma era diventata una maga del risparmio e del riciclo. Anche molti anni dopo e senza una effettiva necessità, lei riusciva a mettere insieme pranzo e cena praticamente con niente. E non esisteva che si potesse buttare via qualcosa, se avanzava, tutto era di nuovo utilizzabile, trasformabile in una cosa diversa.

Non mi ero mai accorta prima di somigliare tanto a mia madre e ora mi sembra così evidente, così scontato, che io sia fatta così. Non butto via nulla, né cibo, né altro. Solo che lei era parsimoniosa, oggi di me qualcuno direbbe che sono un’accumulatrice seriale.

Quasi quasi stasera per cena faccio l’acqua cotta: il pane di due giorni fa, che pensavo di lasciar seccare per farne del pangrattato andrà benissimo, aglio, olio, peperoncino, qualche pomodorino (oppure un poco di salsa) ci sono, la cicoria non ce l’ho ma metterò un po’ di verza e una patata a pezzi, e infine due uova a testa.  Magari apro una bottiglia di vino rosso, di quello buono, anche se potrebbe sembrare sprecato con un piatto così povero… ma tanto, che lo tengo a fare. 

Riordino la stanza da letto e metto a posto il bucato asciutto separando i vestiti e le maglie pesanti riponendoli nelle scatole da mettere via per la prossima stagione. Mi assale un pensiero orrendo: ci sarà la prossima stagione invernale? Per la prima volta mi sento come probabilmente si sentivano le persone che si sono trovate a vivere in tempo di guerra, con quel senso di precarietà che solo una guerra, o una carestia, o una pestilenza deve aver attanagliato i cuori di chi ci si è trovato. “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie” scriveva Ungaretti.

Anche gli indumenti una volta venivano riciclati in ogni modo. Da ragazza mamma aveva imparato a fare la sarta, cuciva per sé e per la famiglia, e poi per poche lire cuciva per i parenti, per i vicini di casa. Le pezze di stoffa che avanzavano venivano messe da parte per eventuali aggiunte, per quando i bambini  fossero cresciuti, oppure diventavano federe per i cuscini, tovaglioli, strofinacci. I ritagli più piccoli diventavano i vestiti, cappellini e scarpette per la mia bambola.  Io ero particolarmente orgogliosa del fatto che la mia Tilly indossava sempre vestiti identici ai miei. Soltanto io avevo una bambola che era la mia perfetta piccola sosia.

Mamma aveva studiato pochissimo, quanto bastava per imparare a leggere, a scrivere e far di conto, così si diceva allora. Del resto, per una ragazza povera in paese c’era poco da scegliere: lavorare nei campi oppure fare la sarta. Neanche a dirlo, mamma scelse di fare la sarta. Le ragazze che andavano in campagna diventavano tutte volgari, rozze, sboccate, a forza di stare a stretto contatto con gli uomini. 

Quelle che restavano a casa dovevano alzarsi comunque alle 5 del mattino per preparare la colazione e il cestino del pranzo a tutti gli altri, poi rassettare la casa, curare l’orto, governare le galline e i conigli, fare l’erba per le bestie e la legna per il camino, preparare il pane per tutta la settimana, cucinare, lavare e stendere i panni, cucire e rammendare, per poi sentirsi dire alla sera: “beata te, che sei stata tutto il giorno senza far niente, io sono stanco morto, levami gli stivali!”

Non lo so se uno diventa quel che è per via della vita che ha fatto, delle esperienze che ha vissuto, delle persone che ha incontrato, delle opportunità che ha avuto, oppure semplicemente perché è fatto così. 

Forse mamma era così perché era nata povera, perché aveva perso il padre a cinque anni, perché sua madre aveva dovuto affidare i tre figli a chi poteva tenerli, per sopravvivere e farli sopravvivere, forse perché ha subito torti indescrivibili, quando fu mandata a soli quindici anni in Abissinia da una zia ricca e senza eredi che pensò bene di poter comprare una figlia, dopo essersi assicurata che fosse docile e abituata a fare le faccende domestiche. 

Il marito della zia Lucilla era un uomo influente, ricopriva un incarico importante nella gestione delle colonie italiane in Africa, e la zia organizzava spesso pranzi e cene con invitati di rango appartenenti al regime fascista. Ho visto foto – di quelle piccole, in bianco e nero, con il bordo dentellato – che ritraevano una dozzina di ufficiali in divisa intorno al tavolo da pranzo e, uniche donne presenti, mamma e la zia.

Del viaggio per mare da sola – che durò due mesi perché nel 1934 non c’era ancora il canale di Suez – lei che non aveva mai lasciato il paese, non voleva parlare. 

Dalla sua personale “campagna d’Africa” mamma riportò alcune conquiste che la facevano apparire agli occhi delle sue coetanee molto speciale, come le buone maniere, il portamento e il modo di parlare che aveva imparato servendo a tavola i gerarchi fascisti. E questo era quello che si vedeva.  Quello che non si vedeva ma che era le  era rimasto dentro, marchiato a fuoco, lo sapeva solo lei. Suo zio, quando era stanco delle “serve nere”, rivolgeva le sue attenzioni verso mia madre. Ma questo si venne a sapere soltanto molti anni più tardi, in circostanze davvero particolari.

Dopo due anni e numerose lettere in cui implorava la madre di farla tornare, le fu permesso di rimpatriare. Nessuno riusciva a capire perché della sua esperienza africana non amasse parlare, e tutti la consideravano un po’ scema e anche un’ingrata verso chi le aveva dato l’opportunità di vivere un’esistenza migliore.

Dopo il suo ritorno, per i modi eleganti che aveva acquisito e per l’incomprensibile reticenza nel raccontare la sua esperienza, cominciarono a chiamarla “la principessa” – io credo nel senso di snob -, con un pizzico di invidia e un sottinteso malcelato sarcasmo. Quell’appellativo era per lei motivo di orgoglio e marchio d’infamia allo stesso tempo, e lo portò a testa alta per tutta la vita.

Era così piccola, magra, semplice, ingenua, senza grilli per la testa, eppure capace di sopportare ogni cosa senza piegarsi, senza lasciarsi corrompere dai demoni della cattiveria e della maldicenza.

Una vita difficile la sua, che le avrebbe riservato altri dispiaceri di cui ancora non sapeva ma che “sentiva” aleggiare, come una predestinazione. Ma questa è un’altra storia.

Forse per tutti questi motivi sviluppò una sensibilità non comune nel riconoscere a prima vista l’indole delle persone, la capacità di ascoltare con le orecchie e con il cuore, di dare consigli assennati e fare considerazioni che avevano il sapore di una profezia.

Poco istruita dalla scuola, imparò dalla vita e dall’esperienza. Come molte persone semplici di quell’epoca, parlava spesso per proverbi.

Avrei dovuto annotare tutte le espressioni, le metafore, i modi di dire che usava la mia mamma perché oggi mi rendo conto di quanto fossero sempre illuminanti e degni di considerazione, al pari dei migliori saggi di filosofia. Poche parole che erano una sentenza, una verità sacrosanta, una legge universale.

Ora lo so, e ogni giorno che passa, forse perché invecchio e la saggezza si è impossessata di me e viaggia a braccetto con le mie rughe, i capelli bianchi e le ossa sbriciolate, ora so che aveva ragione, sempre, ogni volta che parlava. So che vedeva la verità là dove sta, cioè nel mezzo di tutte le cose.

Il bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto
Non tutti i mali vengono per nuocere
Chi la fa l’aspetti
Tutti i nodi vengono al pettine
Non è tutt’oro quello che riluce
L’amico si riconosce al momento del bisogno 
Bisogna fare di necessità virtù
Cento teste, cento cappelli
Il diavolo fa le pentole ma non fa i coperchi
Chi disprezza compra
Chi ha i denti non ha il pane e chi ha il pane non ha i denti
Chi muore giace e chi vive si dà pace
Chi ruba poco va in galera chi ruba tanto fa carriera
Chi si loda si sbroda
Chi troppo vuole nulla stringe
Chi vivrà vedrà
Col fuoco non si scherza
Con le buone maniere si ottiene tutto
Dagli amici mi guardi Iddio che dai nemici mi guardo io
Del senno di poi son piene le fosse
È inutile piangere sul latte versato
Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei
Chi ha tempo non aspetti tempo
Non tutto il male viene per nuocere
Finché c’è vita c’è speranza

Sono solo alcuni dei proverbi che citava mia madre, ma quello che preferisco è: la vita è una ruota. E spero che sia vero, perché in queste poche parole c’è speranza per tutti noi.

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